Titolo: MICHELLE K
Autore: EMMANUEL CHRISTIAN KELLERMANN
PROLOGO
La metafora perfetta
- Scusa Roberto, ti dispiace se
richiamo più tardi? Sono a letto con Emmanuel, sì, quello che te lo faresti
pure tu. No, un discorso a tre è prematuro per il momento. Dici che Patrick sarebbe
pronto? Se ne può parlare. Sento che è lì con te, salutamelo. Oh, ricordagli
che dobbiamo provare ancora il pas des deux, c'era qualche sbavatura. E digli di
depilarsi le ascelle. Adesso scusami tesoro, ci siamo appena fatti e non è che posso stare qui al telefono. Sì, buona scopata
anche a te -
Riattaccò e tirò via la spina per
non essere più interrotta.
Si voltò verso di me sorridendo:
- Dov'eravamo
rimasti? -
I suoi lunghi capelli scuri
sfiorarono il mio viso. La conoscevo da qualche settimana, ma ogni volta che la
guardavo rimanevo incantato dalla singolare bellezza del suo volto. Sembrava
una madonna del Perugino; a prima vista l'espressione dolce dei suoi occhi non
tradiva in nessun modo la sua vera natura, ma ad osservarli meglio quegli occhi
neri avevano una strana opacità, una fissità impermeabile. Del resto era
proprio per questo che mi piaceva.
Accarezzò il mio corpo con mani di
velluto.
- Un po' più di definizione ai
pettorali non guasterebbe. Ma già, hai solo
diciassette anni, c'è tempo. Per il resto niente da dire:
complimenti a mamma Helena, proprio un bel lavoro.
Hai mai pensato di fare il fotomodello? -
Sorrisi senza rispondere. Non mi
era mai passato per la testa di usare il mio corpo per fare carriera, ed era significativo che lei non lo capisse. Ma non era per la sua
sensibilità che stavo con lei.
- Peccato - concluse, e si sdraiò in attesa.
Mi distesi al suo fianco ad occhi
chiusi e lasciai che il mio cervello esaurisse gli ultimi barlumi di lucidità
pensando al nostro rapporto.
Era la figlia di
alcuni amici di famiglia, una tossica d’alto bordo pressoché
insospettabile, una ventiduenne bella e perversa, alta, con un corpo stupendo.
I suoi erano dell’alta borghesia romana, ma suo padre era di origine
alsaziana; in casa sua si parlavano correntemente, oltre all'italiano, il
tedesco e il francese, due lingue che detesto in ugual misura. Era la solista dei Magma, un gruppo cittadino di danza moderna piuttosto
famoso; qualche volta ero andato a vederla a teatro e l’avevo trovata decisamente
arrapante. Il suo ragazzo, un certo Roberto Morra, ballerino pure lui, era un
pervertito dall’aspetto angelico. Come lui era ricca,
viziata, abituata a prendersi tutto quello che le piaceva, perciò si era presa
anche me. Si chiamava Michelle Kerschbaumer.
Viveva sola in uno spettacolare
appartamento vicino all'Eremo, un grande monolocale
senza mobili, con il pavimento coperto di tappeti persiani antichi; al centro
c’erano uno stereo e un letto con le lenzuola di seta viola; davanti al letto
uno specchio enorme, simile a quelli che si usano nelle scuole di danza. Le
pareti erano tappezzate di poster di Egon Schiele. Nell’intimità
voleva che la chiamassi Gerti, come la sorella del
pittore. A me il suo nome piaceva da impazzire, ma lei diceva che faceva tanto Beatles.
Quando andavo a trovarla indossava sempre sulla pelle nuda una vestaglia
di raso nero con un serpente d’oro ricamato sulla schiena, lo stesso che si era
fatta tatuare sull'inguine. Credo che appartenesse a
qualche setta delle tante che ci sono nella nostra città, che ne fosse anzi la
sacerdotessa o qualcosa di simile. Non saprei dire quale, non mi è mai
interessato saperlo: nulla mi attira meno dell’occultismo.
Condivideva i miei gusti musicali,
anzi era più avanti di me in certe esplorazioni, e questo mi aveva illuso che esistesse fra noi una certa affinità spirituale: invece,
dopo i primi tempi di euforia, il vuoto assoluto di quel rapporto aveva
cominciato a pesarmi e ad incidere in modo imbarazzante sulle mie prestazioni
sessuali. Lei non era indulgente da quel punto di vista.
Un giorno, mentre eravamo a letto,
mi aveva accarezzato, leccato e morso sussurrando qualche irripetibile
oscenità: era il tipo di ragazza al quale piace farlo, si divertiva a vedermi
arrossire; la mia timidezza la eccitava molto, ma su di me aveva effetti fisici
disastrosi. S’era tirata su a guardarmi e mi aveva detto vedi di darti una mossa bello, d’accordo che sei un fico da fartisi all’impiedi (diceva fico
con la c, come tutti i romani), ma neanch’io sono da
buttare, m’hai vista bene? Naturalmente le avevo assicurato
che era la più bella ragazza da letto che avessi mai frequentato (non le dissi
proprio così, ma il concetto era esattamente quello), ma lei voleva che glielo
dimostrassi, e quella era tutta un’altra storia.
- Senti frocetto,
- aveva concluso - così non va -
Il serpente aveva sfiorato
le mie vene con le sottili zanne d’oro mentre lei voltandomi le spalle si
sfilava la vestaglia; avevo istintivamente ritirato il braccio; ma lei, aprendo
un cassetto del comodino con la chiave che teneva appesa al collo ad una
catenina d’oro, s’era girata sorridendo, non avere paura, la gente pensa
banale, se non vede buchi sulle braccia non sospetta. Lascia fare a me.
L’avevo lasciata fare, e non
quella volta sola.
Il mio pensiero vacillava, andava
e veniva, qualcosa mi succhiava l’anima, era già come fare sesso. Lei mi guardò
negli occhi e vide l'onda salire.
- Ci siamo - disse sorridendo.
Mise su P.J.
Harvey e cominciammo.
Scopare al ritmo di Rid of me con quella roba in corpo è un'esperienza
indescrivibile, ancora adesso se ci ripenso il sangue mi sale al cervello, e tutto considerato è meglio che non ci pensi troppo. Tento di
razionalizzare mentre scrivo, ma non è facile: diciamola tutta, mi vergogno un
po'. So che la destinataria di questi appunti la prenderà male; del resto, non
peggio di tante altre cose.
Una serie di orgasmi
che avevano poco a che fare con quel che stavo facendo cominciò ad accavallarsi
nella mia spina dorsale, sicché da quell'esperienza in poi non ebbi più dubbi
sul fatto che il piacere parta dal cervello e non dagli organi sessuali, come
del resto avevo già capito con Eloisa. Quello che proprio era perfetto in quei momenti era che lei non c'era più, come se non fosse mai
esistita. Spariva tutto, la mia mente era vuota. Non
saprei descrivere esattamente quel che accadeva, era
tutto terribilmente confuso; ricordo solo che non controllavo più in nessun
modo le mie reazioni fisiche, il piacere non riusciva a liberarmi da quella
terribile eccitazione, smettevo solo per ricominciare e alla fine gli spasmi di
quelle contrazioni erano così violenti che sentivo un crampo al basso ventre e
non sapevo più se gemevo di piacere o di dolore. Lei rideva. Non ero contento
che mi vedesse così, ma non potevo farci niente. Ero assolutamente in suo
potere.
Credo di essere stato bravo,
ammesso che la parola abbia un senso in questo contesto.
Si alzò dal letto soddisfatta.
- Hai visto frocetto, - mi disse - a tutto c'è rimedio -
Mi lasciava sempre solo alla fine.
Mi avvolsi nel lenzuolo viola come
in un sudario e rimasi a fissare il soffitto immerso nei miei e nei suoi
liquidi organici, mentre la musica finiva e il flash si riassorbiva alla
rovescia con una sensazione di vuoto pauroso. Il sudore mi aveva sciolto il
rimmel, lacrime nere solcavano il mio viso, il rossetto sbavato mi macchiava di
rosso il mento, le braccia. Sentivo freddo e il sangue mi pulsava alle tempie,
il mio cuore era agitato da una strana tachicardia, la mia schiena spezzata.
Pensai che più in basso di così
non si poteva, ed era esattamente ciò di cui avevo
bisogno. Michelle era la metafora perfetta della mia vita.
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Arrivata a questo punto della trascrizione
sento di dovermi fermare. Il senso di incredulità che
provo, pur a distanza di anni, è indescrivibile.
Emmanuel si racconta così, senza veli né
pudori. E si racconta a me, alla
ragazza che avrebbe dovuto sposare.
Mi domando chi ho avuto al mio fianco
per un anno della mia vita. Ricordando la
creatura mite e gentile che ho conosciuto ed amato, non riesco in nessun modo a
collegarla con l'individuo cinico e per molti versi spregevole che emerge da questo autoritratto. Eppure è lui,
sento che è lui, lo riconosco; semplicemente, lo vedo ora come avrei dovuto
vederlo sempre. Ma si sa, gli innamorati sono ciechi.
Mentirei se dicessi di non avere mai avuto
sentore della sua ambiguità: me ne ha dato prova in diverse occasioni. Ma in questi casi siamo tutti pronti - più che altro noi
donne - a credere che l'altro "cambierà" per amor nostro. Che stupidaggine. Nessuno può cambiare veramente. Mi resta
la consolazione di pensare che Emmanuel ci ha provato,
mi ha voluto bene davvero, ha fatto del suo meglio; semplicemente, com'era
inevitabile, ha fallito.
Ora però, dal momento che ho deciso di dare
alla luce il suo diario, non devo lasciarmi trasportare dalla suggestione e dal
sentimento: mi servono pazienza, freddezza ed autocontrollo. Non sarà facile.
Devo impormi di procedere con metodo e ordine, spiegando anzitutto chi era
Emmanuel e perché la sua insolita eredità è toccata a me.
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Emmanuel se n’è andato una mattina di
settembre del 1997 lasciando solo un biglietto di addio
per sua madre, poche righe in cui le raccomandava di star bene e di non
preoccuparsi per lui.
Non aveva neanche vent’anni.
Tutte le nostre ricerche sono state vane. Non che i nostri appelli siano caduti nel vuoto, anzi: le
segnalazioni sono state anche troppe, specialmente dopo la trasmissione
televisiva. C’è chi afferma di averlo riconosciuto fra i volontari di
una missione nel Ruanda, chi a Milano tra gli squatters
di un centro sociale occupato, chi ancora, suggestionato forse dalla sua
rassomiglianza con un famoso cantante rock, nel solista di un’oscura band di
Seattle, chi tra i monaci buddisti di un convento a tremila metri di quota, chi
in un celebre fotomodello australiano (cosa evidentemente impossibile per
ragioni anagrafiche), chi tra i ricercatori di un centro svedese per
l’inseminazione artificiale, chi in un transessuale che si fa chiamare Michelle
e si esibisce nei locali notturni di Barcellona, chi, meno fantasiosamente, fra
i membri di una comunità per il recupero dei tossicodipendenti ad Amsterdam,
angelo all’inferno o sacerdote del dolore altrui, a seconda
di quello che l’immaginazione suggerisce al mitomane di turno.
Nessuno avanza l’ipotesi
più scontata: che sia morto.
Il fatto è che Emmanuel era una creatura di
rara bellezza, e l’essere umano rifiuta istintivamente di associare la bellezza
alla morte.
Quanto a me, il mio timore è che la sua
psiche, minata da un malessere represso ma mai sconfitto, abbia definitivamente
ceduto, inducendolo a rifugiarsi in una zona di margine tra la realtà e il
sogno, nel limbo oscuro della pazzia.
È da escludere che il movente della sua fuga
sia la tragica fine di Eloisa, trovata cadavere nel
suo letto in un lago di sangue, violentata da un maniaco e poi freddata con un
colpo di fucile al volto. Questa ipotesi, avanzata da qualche individuo non
bene informato, non tiene conto del fatto che la morte di Eloisa
è posteriore di ben tredici mesi alla scomparsa di Emmanuel. Secondo ogni
evidenza, lui non ne ha mai saputo nulla.
Qualche tempo dopo la sua partenza, mentre
mettevo via le sue cose, di cui non sopportavo più la vista, mi venne fatto di accendere il suo computer. Si bloccò quasi subito:
sullo schermo, in alto a sinistra, era apparsa la scritta Non-system disk or disk error. Replace and strike any
key when ready.
Non sono un’esperta di computer, ma so che,
quando appare quel messaggio di errore, vuol dire che
c'è rimasto dentro un floppy. Premetti il pulsante e il meccanismo di espulsione mi restituì un dischetto viola; sull’etichetta
c’era una dedica scritta di suo pugno, “Alla mia bambina troppo saggia”, e una
frase in inglese: loose your dreams and you will loose your mind.
Qualcuno mi ha detto in seguito che si tratta del verso di una canzone.
Avviai il computer ed inserii il dischetto.
Provavo un'emozione indicibile. Apparve un'icona con uno strano titolo:
"Non ricordo più il mio nome". Aprii il file e lo stampai.
Seppi così come aveva impegnato le sue notti
insonni ed ebbi finalmente la risposta ad un interrogativo che mi tormentava da tempo. Mi ero sempre chiesta per quale motivo, una volta
saputa la verità, Emmanuel non mi avesse lasciata. Era
ritornato da me un pomeriggio di fine agosto, dicendo semplicemente ciao, con
l’aria di chi non ha nulla da spiegare; poi aveva inscenato una gelida
commedia, comportandosi come se niente fosse per una ventina di giorni. Avevo
accettato tutto questo come un dato di fatto, senza trovare il coraggio di fare
domande e senza comprenderne il senso. Ora mi è evidente: voleva concludere indisturbato il suo scritto ed evitare penose
discussioni che, alla luce di quanto aveva già deciso, sarebbero risultate
perfettamente inutili.
Mi aveva sorpresa, e confusamente allarmata, l’insolito trasporto di cui aveva dato prova
quella notte di settembre, prima di andarsene all’alba senza un saluto.
Sono passati molti anni da allora. Pubblicare
adesso il diario delle allucinazioni di Emmanuel
potrebbe sembrare poco sensato, tanto più che agisco di testa mia, contro il
parere dei suoi genitori e di mio marito. Ma di questo
sono arbitra io sola, dal momento che il floppy era destinato a me. Ho vissuto
per anni con quei fogli chiusi a chiave nel cassetto della scrivania. Ora sono
io ad essere irrazionale, ma il fatto è che la sua voce gridava in quel
cassetto e non ce la facevo più a sentirla.
Inoltre mi riprometto di ricavarne un duplice
vantaggio.
Anzitutto spero che questo scritto possa fungere
da monito per coloro che, come lui, si ostinano a pensare che la vita debba
avere a tutti i costi un significato “altro”. Per
quanto mi riguarda, da tempo ho compreso che ciò che
rende vivibile quest’esistenza sono le piccole banalità quotidiane. Ogni
rincorsa dell'eccezionale, dell’irraggiungibile, dell’inimitabile è destinata
ad essere coronata dall’infelicità.
Purtroppo gli scrittori (tutti gli scrittori,
dai cosiddetti classici a quelli commerciali) portano su di sé il peso di una
responsabilità immensa: quella di farci credere che la realtà sia il risultato
delle azioni di persone straordinarie nel bene e nel male, che trascorrono la loro esistenza nell’anelito di compiere
imprese esaltanti, buone o cattive che siano. Ora, l’esperienza di Emmanuel sta a testimoniare nel più eloquente dei modi,
se ce ne fosse bisogno, come questa continua ricerca del diverso e del sublime
abbia come naturale sbocco l’autodistruzione.
In larghissima misura il suo tormento
esistenziale era legato alla sua bellezza, da lui vissuta nel più
autolesionistico dei modi; Emmanuel ha bruciato la sua breve esistenza nel
tentativo fallimentare di comprenderne quello che chiamava “il senso”: come se
tutto ciò che esiste dovesse avere un senso. Gli mancava la capacità, che più o
meno abbiamo tutti, di restare a galla sulla
superficie delle cose.
Il secondo scopo di questa pubblicazione è
quello di continuare la macabra caccia al tesoro iniziata da Emmanuel.
Credo che non abbia il diritto di lasciarci
ancora nell’incertezza.
Sua madre si è rifugiata nell'illusione: dato
il tenore del biglietto d’addio, lo crede impegnato in qualche missione
umanitaria ed è certa che ritornerà; come in passato non ha mai voluto vedere i
rischi che suo figlio correva, così adesso si ostina a non tener conto della
subdola autoironia che caratterizza tutti i suoi scritti. Suo padre tace e si immerge nel lavoro. La più pessimista è Teresa, la
domestica, che nutriva per lui una particolare devozione: un giorno ha detto
che le ricerche dovremmo farle nel torrente ed è scoppiata a piangere. La
settimana dopo si è licenziata. Suo fratello invece non si rassegna: continua a
farlo cercare. Credo che Giuliano sia quello che ha sofferto di più, e più
ingiustamente, di tutta questa storia; io sono sempre al suo fianco, lo aiuto
come posso. È uno splendido padre per i due bambini di Eloisa,
che ormai sono diventati i nostri bambini.
Sono forte, Emmanuel lo sa; sapeva
anche che non avrei passato tutta la vita ad aspettarlo. Però
non mi sembra di avere meritato tutto questo: se era la vendetta che cercava,
ebbene, penso che si sia vendicato abbastanza. Ma
l'intuito mi dice che la sua vendetta più raffinata consiste proprio nel
sottrarsi al confronto, nel rimanere identico nel nostro ricordo mentre tutto
intorno cambia e cambiamo noi stessi.
Noi stiamo invecchiando, il nostro corpo
inesorabilmente declina: lui invece avrà per sempre
vent'anni.
Il lettore, se un lettore ci sarà, potrà
notare come nelle varie sezioni del racconto Emmanuel assuma
di volta in volta identità diverse, in un caleidoscopio di punti di vista che
ha come unico denominatore comune quello di un disperato narcisismo. Questo, a
mio parere, è il segno tangibile di una crisi di identità
già in atto: Emmanuel come Zelig, insomma.
Leggendo i brani che lui immagina raccontati
da me ho trovato sorprendente, anche se a tratti velleitaria, la sua capacità di immedesimazione. Insomma, sono io, sono riconoscibile;
devo ammettere che ha saputo cogliere parecchi lati nascosti della mia
personalità e riprodurre con discreta precisione i miei pensieri, le sensazioni
che provavo, perfino quando ero chiusa fra le quattro pareti della mia stanza.
Poco dopo aver trovato il testo avevo voluto
farlo leggere ad Eloisa (ci eravamo riavvicinate nel
frattempo, scottate dal medesimo dolore) e l’effetto che aveva prodotto sulla
sua psiche, già duramente provata, mi aveva fornito un’ulteriore conferma di
quanto già supponevo: Emmanuel si era calato anche in lei con inquietante
naturalezza. Non solo aveva riprodotto con esattezza fotografica molti momenti
vissuti con lei, ma aveva anche ricostruito con sicuro intuito, sulla base
delle sue confidenze, scene alle quali non aveva assistito, e perfino dedotto a
partire dalle conseguenze fatti ed episodi che avevamo
cercato in ogni modo di tenergli nascosti.
Rispetto al testo originale ho
lasciato intatta l’ambientazione vaga, fatta solo di cenni; il lettore attento,
però, potrà riconoscere facilmente i luoghi. Mi sono permessa qualche taglio in presenza di scene gratuitamente spinte, che non mi
sembravano aggiungere gran che a quanto emerge con chiarezza anche eccessiva
dallo scritto; ho sostituito con eufemismi alcuni termini troppo crudi e,
naturalmente, ho cambiato i nomi dei protagonisti, per un’ovvia forma di
discrezione nei confronti dei suoi familiari.
Nella sostanza, non ho modificato quasi nulla.
Perciò,
se Emmanuel leggerà queste pagine, non potrà fare a meno di riconoscersi.
Questo è il mio messaggio in bottiglia per te,
dovunque tu sia.
Mi manchi, non so
come dirtelo. Ti ho cercato dappertutto, nei tuoi libri, nelle persone che hai
amato, nella tua musica. Mi sono procurata tutti i dischi che ti piacevano, li ho ascoltati uno per uno; dicevi che ero sorda alla musica e
un po' avevi ragione: all'inizio è stata una sofferenza, ma poi ho imparato ad
apprezzarli; non sono una stupida, lo sai. E adesso
non ci sei, sciocco ragazzo, per condividere le mie scoperte, per ascoltare con
me Hope there's
someone. Sono sicura, sai, che ti piacerebbe.
Torna, per favore. Torna per essere qualunque
cosa tu voglia, per stare con chi ti pare, non
importa.
Sono stanca di giocare: ti sei nascosto troppo
bene. Mi arrendo, hai vinto tu. Io torno a casa. Ti
aspetto per la merenda.
Fatti vivo,
per favore.
Arianna
Martorelli Kellermann