CAP I: GIUNSE FINALMENTE L’ESTATE
Quell’anno avremmo dovuto rinunciare alle nostre
vacanze per colpa di tanti imprevisti. Così era quasi sicuro che non si sarebbe
potuto andare al nostro solito hotel.
La stagione invernale ci aveva tenuto molto impegnati.
Mio marito con il suo lavoro ed io con la casa e la scuola dei miei figli.
L’estate sarebbe stato l’unico periodo in cui
avremmo potuto disintossicarci da tutto, tanto che sempre
aspettavamo con ansia il suo arrivo.
Purtroppo, proprio a causa dei tanti impegni, in
primavera avevamo dimenticato di fare la cosa a cui tenevamo di più: la
prenotazione dell’ hotel!
Così nel momento in cui era giunta l’estate ci eravamo accorti che ormai era troppo tardi. Non
c’era più disponibilità per la nostra camera.
Così non ci restava altro che cercare un altro hotel,
ma niente! Era tutto pieno e dappertutto! Sembrava che tutti avessero scelto di
scappare via dalle loro case, e noi? Niente?
Ma per caso, dal dentista, mentre aspettavo il turno
per il controllo dei denti di mia figlia, sfogliando una rivista fui attratta da un inserto pubblicitario che segnalava
alcuni posti dove poter villeggiare e mi colpì, in particolar modo, un
hotel dal nome messicano e così, quasi per gioco, ne ricopiai il numero
telefonico.
L’hotel offriva molte attrazioni, c’era scritto che
era un bel posto con vista mare, aria condizionata, giardino,
animazione, e piscina, tutto quello che ci eravamo
persi nella mancata prenotazione al nostro solito hotel!
Tornata a casa, senza
chiedere il parere di mio marito se gli andasse di provare un posto a
noi sconosciuto, d’istinto chiamai quel numero, anche
se ero sicura che con tutto quello che offriva doveva esserci mancanza di posti
anche in quell’ hotel.
E invece… c’era una camera libera!
E quella camera… diventò nostra! Sì, prenotai
senza nemmeno informare mio marito.
Non solo, avevo scelto anche il periodo durante il
quale avremmo potuto festeggiare il mio
compleanno, forse perché speravo
in un’ipotetica festa dell’hotel.
La località: Torre Pedrera.
Era stato facile raggiungerla, inoltre nei dintorni vi erano posti da visitare nel caso avessimo avuto voglia di
fare qualche escursione. Eravamo un po’ incerti per come poteva presentarsi
l’hotel, sapendo delle tante illusioni di quelle inserzioni.
Arrivati a Rimini, dopo pochi chilometri avvistammo il cartello che indicava quella piccola
cittadina, ma l’hotel, che guarda caso era il primo già all’ingresso della
città, non ci fece una buona impressione. Era brutto e si leggeva a
malapena il nome: “MEXICO”
Pensammo: “Forse sarà brutto fuori, ma aspettiamo a
vederlo dentro!” Macché! Brutto fuori, e peggio dentro!
Non solo, mancavano tutte le proposte che erano state
illustrate nell’inserzione!
Il giardino? Qualche metro di terra con due piante in
vaso! L’animazione non c’era. La camera? Fatiscente e priva persino di un
ventilatore! In compenso solo una bella e grande
piscina, ma… non ci bastava.
D’impulso pensammo di usare una scusa di lavoro per
poter scappare via senza dover necessariamente parlare male del posto, visto che la direttrice se ne vantava anche!
Ah, non voglio ricordare lo sguardo che mi puntarono mio marito ed i miei tre figli! Era stata mia la scelta ad indirizzarci in quel
posto!
Le scuse non incantavano quella direttrice, forse era
troppo abituata ad ascoltarne, così ci spiegava che se fossimo andati via ci
sarebbero state multe e penalità di vario tipo, cose che comunque
ci stavano bene pur di scappare via da lì, ma in serata qualcosa cambiò il
nostro programma.
Accettammo di rimanere per quel giorno e così, calata
la sera ci incamminammo verso il lungo mare. La
località si presentava con qualche particolare insolito, metà
dei villeggianti erano dei diversabili accompagnati.
C’erano poi tante bancarelle di Pakistani, i
quali diventarono protagonisti di quella
serata, dando vita ad un episodio che ci portò a scegliere di restare in
quel posto.
Stavamo passeggiando tranquillamente quando fummo
strattonati da un ragazzo pakistano che stava fuggendo da un gruppo di suoi
connazionali. Da lontano notammo che il gruppo lo aveva raggiunto e lo
stava picchiando sotto gli occhi dei
numerosi passanti. Così ci eravamo avvicinati alla
zuffa, dove quel ragazzo stava avendo la peggio, e devo dire che ebbi un po’
paura della situazione per i bambini. Era chiaro che volevano
dargli una lezione, e ci chiedevamo: “ chissà mai che avrà fatto! ” e lì per lì, pensai all’ennesima sventura per quella
vacanza.
Istintivamente mio marito volle intervenire
borbottando che quel ragazzo era troppo giovane ed aveva bisogno di aiuto, ma peggio ancora, erano i passanti che rimanevano
indifferenti alla cosa, anzi, gli suggerivano di non intromettersi aggiungendo:
“ma lascia che si ammazzino tra loro!” Coraggiosamente mio marito si spacciò
per un poliziotto, sì, disse proprio di esserlo! Non so se l’abbigliamento che
indossava fosse convincente, ma il gruppo dei forsennati, appena sentì
quell’esclamazione, si fermò, e cominciò a dare spiegazioni, ma era evidente
che avevano paura della polizia, forse per problemi di
soggiorno.
Nel frattempo, per fortuna sopraggiunsero due strani
poliziotti municipali, un uomo ed una donna di stature totalmente opposte, lui
altissimo e lei piccolissima, ai quali sottovoce mio marito raccontò
della sua bugia, e loro, quasi impauriti anch’essi del gruppo inferocito, gli
chiesero di continuare a tenere il gioco finché giungevano i veri
poliziotti. Effettivamente da lì a pochi minuti sopraggiunsero quelli veri che
ringraziarono mio marito, elogiandolo del coraggio che aveva avuto, e gli
confidarono che quella notte sarebbe stata una scocciatura controllare tutti i
permessi di soggiorno. Dopo ciò facemmo ritorno nello
‘splendido’ hotel che c'era capitato.
Il mattino seguente uscimmo ancora una volta per
vedere alla luce del sole il posto, e qui tutti i pakistani che avevano
assistito all’episodio della sera prima si avvicinarono per ringraziarci.
Sì! per avere impedito loro
di commettere qualcosa di brutto a quel ragazzo, e ci informavano che lo stesso
ragazzo era stato arrestato, che in passato li aveva già derubati più di una
volta, facendo del male ad una donna che aspettava un bambino. Adesso erano
carini, la sera prima aggressivi e violenti, il mattino dopo, ragionevoli e
gentilissimi. Quell’episodio, la loro gentilezza, ci convinse a restare
nonostante l’hotel! Dell’hotel ci mancavano tutti i comfort che ci aspettavamo,
così per divertirci un po’ mi venne un’idea! Avevo
imparato tutti i giochi che di solito facevano in piscina al nostro hotel
e così li proposi ai presenti, scontenti anche loro del tutto, che accettarono
di parteciparvi molto volentieri.
Il malcontento era così forte che diede vita ad un
piccolo club, quello del ‘malcontento’! Ma con quei giochi avevamo sconvolto la quiete che c’era in
quell’hotel, dove non c’era niente! La direttrice ci guardava con occhi
pungenti, era evidente che le stavamo dando fastidio,
intanto le avevamo fatto sapere dell’ inganno che ci era stato teso con quell’inserto!
Nel frattempo si cominciava a legare un po’ di più con gli
altri del club, e per il pomeriggio seguente avevamo già in programma un
mega giro in bici.
La piscina ci piaceva sempre più, passavamo parte
della giornata là, e per un po’ si riusciva a dimenticare i tanti
problemi che ciascuno di noi aveva avuto. Questo era giorno di nuovi
arrivi, anzi di nuovi malcapitati. Fu allora che
notai l’arrivo di una bella signora, accompagnata da un ragazzo piuttosto
giovane per lei.
Mi sembrava facessero coppia, visto il rapporto
affettuoso che avevano, anzi credevo fossero amanti,
anche se la differenza d’età si notava. Dopo poco, la stessa donna, si avvicinò
chiedendomi: “è libero questo lettino?” ed io le
risposi di sì, ma forse imbarazzata dall’equivoco che involontariamente aveva
creato, in qualche modo volle farmi sapere che era arrivata qui con suo
figlio. Argomento per fare conoscenza? L’hotel! Che
altro se no! Non piaceva neanche a lei!
Intanto si avvicinava l’ora per il giro in bici e siccome
anche lei inconsapevolmente cominciava a fare parte del club del malcontento,
la invitammo con suo figlio a venire con noi.
Girammo fino a tardi con quelle bici, fu molto
divertente, era quello che volevamo, divertirci! Non solo, i giorni erano
persino volati, tra lamentele e giochi di vario tipo ed aimè! Eravamo
arrivati già alla fine della nostra settimana di vacanza! La sera dopo,
l’ultima, approfondimmo un po’ di più la conoscenza con quella donna, il suo
nome: Silvana. Lei sapeva che quella sarebbe stata l’ultima sera insieme, e
siccome suo figlio si era allontanato da lei per raggiungere alcuni amici a
Rimini, ci chiese se poteva restare con noi, così
potevamo conoscerci meglio.
La simpatia già c’era e così accettammo il suo invito
molto volentieri. Quella sera volevamo dedicarla all’acquisto dei classici
souvenir e così come d’accordo uscimmo per fare degli acquisti, un buon gelato
e dopo una lunga e rilassante passeggiata, tra i saluti dei nostri amici
pakistani, si fece ritorno in quell’hotel, ma non avevamo
ancora voglia di andare a dormire, poi in quel letto!
Così ci trattenemmo per un paio di ore
seduti davanti al giardino. In quel frangente facemmo riassunto delle nostre
vite o almeno una sintesi, lei ci raccontò della sua vita e del divorzio, ma
volle precisare che quelle confidenze non le aveva mai
fatte prima a nessuno che non conosceva già, mentre con me le era stato
spontaneo farlo.
Io invece pensavo che forse le aveva
dette perché era sicura che non ci saremmo mai più riviste, e invece…
Finiva là, quella vacanza, che era iniziata nel
peggiore dei modi, ma che tutto sommato non era
poi andata così male!
Giorno della partenza.
Quella mattina il solito rituale di ogni
partenza: lo scambio di indirizzi e di numeri telefonici con
tutti coloro con i quali avevamo fatto amicizia.
Tra loro, anche Silvana e con lei un’altra bella
persona, Alessandra, con le quali trascorremmo
l’ultima mezzora prima di partire. Proprio in quell’ultima mezzora mi accorsi
della sensibilità che Silvana mostrò nei miei confronti. Quello fu
l’inizio di un qualcosa che non immaginavo dovesse
avere un seguito, da lì a qualche mese dopo.
CAP II: MIA COGNATA
Nel frattempo le settimane erano volate, e la stagione
estiva era andata via con loro, lasciando spazio all’autunno, che faceva
capolino timidamente. L’autunno si presentava accompagnato dal mio onomastico e
proprio in quella occasione, stranamente, ebbi
voglia di ricevere gli auguri da altre persone che non fossero le stesse di
sempre.
Fu allora per la prima volta che cominciai a
pensare all’idea di usare quei numeri telefonici, quelli che di solito ci si
scambia per cortesia, bèh, il primo numero, fu quello di Silvana.
Non volevo chiamarla, così pensai alle stesse parole
che mi aveva detto al momento del saluto, “magari
mandiamoci qualche messaggio ogni tanto!”
Così feci. Ciao Silvana, non mi dai gli auguri?
Oggi, è il mio onomastico!
Lei, molto carinamente, mi rispose subito chiedendomi
scusa per non averlo fatto prima! Come poteva farlo prima? Non sapeva neanche
che quello, era sì il mio onomastico, ma del mio secondo nome! Lei non lo
conosceva neanche il mio secondo nome!
Smisi subito dopo di inviare messaggi ad altri numeri
di telefono, mi stavo accorgendo che forse mi stavo prendendo in giro. Nel
frattempo in famiglia il matrimonio di mia cognata non andava molto bene, lei
stava avendo un comportamento strano, era diversa dal solito ed era diventata
triste e scostante.
Dopo qualche mese mi confidò che si comportava
così a causa di suo marito, “la tradiva” e perciò voleva lasciarla. Ne rimasi
dispiaciuta, anche se qualcosa l’avevo già fiutata. Mi
prefissi di fare qualcosa per aiutarla, di cercare di capire se si poteva
evitare la rottura tra i due.
Intanto con mio marito le stavamo vicini, cercavamo di
non farla sentire sola nel suo dolore, lei lo amava! A volte l’accontentavamo
in cose che mai avremmo pensato di fare, come sorvegliare il marito, vedere
dove parcheggiava l’auto, ecc…
Ma quel che più mi importava
era di non farla chiudere in sé stessa, ma farla sentire forte nonostante
l’abbandono, cosa a cui reagiva bene. Alcuni parenti facevano finta di niente,
altri dicevano che era meglio farsi i fatti propri, che forse ci avrei anche rimesso, ma io non la pensavo così, dovevo
aiutarla! Pensai, Silvana! Sì, lei ci aveva raccontato della sua separazione, e
forse, visto che ci era passata, poteva darmi qualche
suggerimento.
Le telefonai, le parlai di mia cognata, dissi che
volevo far qualcosa e lei disse: “ Brava! Se c'era stato qualcuno come te all’epoca del mio divorzio,
forse le cose…” e continuava a raccontarmi che invece tutti, avevano
fatto finta di niente, in poche parole, mi spinse a farlo.
Ma già i due erano arrivati alla separazione, anche se in
seguito questo servì!
Non rimasi ferma, insistetti, cercavo di parlare con
entrambi, volevo capire il perché stava succedendo così tutto in fretta, visto che se lo chiedeva anche mia cognata.
Alla fine il risultato fu che i due stavano passando
un periodo di incomprensioni tra loro, così parlando
con uno mi facevo dire cosa voleva dall’altro e viceversa.
Qualcosa stava cambiando, tra tante
peripezie, strategie per fare arrabbiare suo marito, dopo alcuni mesi i
due ritornarono insieme.
In qualche modo sentivo di aver fatto qualcosa per
loro, anche se non lo avevano percepito, quel che mi importava
era di rivederli insieme, e vederli mi aveva reso felice.
E lo ero talmente tanto che non potevo esternarlo
davanti a tutti, perché avevo notato l’indifferenza da parte dei parenti, che
al contrario, sembravano addirittura infastiditi dalla mia gioia. Fu allora che
nuovamente, mi ritornò in mente lei, Silvana. Sì, Silvana, che mi era distante 900 km, ma che essendo estranea, avrebbe
sentito che la felicità che sentivo per i miei cognati era sincera.
Questa mia confidenza fattale, spinse Silvana a iniziare a confidarsi con me, e da quel giorno divenni la
sua unica confidente.
Silvana cominciava ad aprirsi con me, parlandomi dei suoi
problemi, quelli di lavoro, familiari, e delle sue paure, in particolare di
innamorarsi, infine dell’amicizia a cui non credeva. E
sull’ultima cosa ero d’accordo anch’io con lei, o meglio, io non ci avevo mai
creduto… fino ad allora. Ci telefonavamo poco,
adottavamo l’sms, insomma ci scrivevamo dei semplici
messaggi dal cellulare.
Un po’ per comodità, facendolo solo quando ne avevamo il tempo, e un po’ perché con le parole scritte,
non dette a voce, si riusciva a dire le cose con più certezza, senza cadere
nella banalità. Di solito l’argomento era proprio quello dell’amicizia, ed
eravamo molto schiette quando dicevamo che non ci credevamo, non
accorgendoci che nello stesso momento la stessa cosa in cui non credevamo stava nascendo tra noi.
Lei mi raccontava di avere avuto una bella amicizia in passato, ma che ne era rimasta delusa a
causa dell’invidia che aveva l’altra per lei, e affermava che da quel momento
non si era più fidata di nessuno, allora io mi chiedevo perché di me si stava
fidando?
Invece io non avevo da raccontarle niente delle mie
amicizie, ed il fatto che non ci credevo era solo perché non avevo mai
avuto l’esigenza di averne una in particolare, non avevo
il bisogno di confidarmi con altri che non fosse mio marito, forse per il
mio carattere, forse perchè a volte mi mancava una sorella non avendola mai
avuta, mi mancava un’amica!