Alessandra Libutti

Thomas Jay

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Copyright © Alessandra Libutti 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

parte prima

inferno e oblio

 

 

 

 

La mia lunga notte tra inferno e oblio

Nella quiete immobile del tempo

(Thomas Jay)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 novembre 1996

Fatti e misfatti dell’incongruo Thomas Jay

 

Molto tempo prima che Thomas Jay scalasse le vette del successo, mia cara Ailie, non esisteva neanche. Aveva lo stesso volto ma un altro nome. E molto prima che esistesse, la sua caduta era già incominciata.

Ancora non sono sicuro di sapere perché mi chiedi di raccontarti la mia storia, né so cosa intendi trovare tra i risvolti cupi e luminosi della mia esistenza, ma visto che da un anno non mi dai pace e non ho motivo di nascondertela, m’inoltrerò in questa strana avventura i cui esiti sono ancora incerti.

In cielo, in terra e in ogni luogo, sia fatta la tua volontà.

 

Come hai già scoperto da sola, sono nato ad Arezzo poco più d'un decennio prima che l'uomo mettesse piede sulla luna, mentre russi e americani si guardavano in cagnesco, la TV entrava nelle case, Elvis suonava la chitarra e la guerra non era che un ricordo.

Mio padre, musicista di poco talento ma con la zazzera alla Elvis, non l'ho mai conosciuto (sognava l'America e là finì male), e mia madre, figlia delle truppe alleate, l'ho vista per la prima volta che avevo dodici anni.

A prendersi cura di quello che la cicogna aveva scaricato un po' alla buona senza che nessuno gliel'avesse chiesto, e a cui i miei non s'erano neanche premurati di dare un nome, intervennero due forze della natura che avevano ben poco in comune (le si sarebbe dette Yin e Yang): mia nonna e la sua sorella di latte Lillina.

Mi tirarono su con simpatia e con i vecchi vestiti di mio padre rattoppati: la Lillina facendo la cresta sulla spesa e mia nonna impartendo lezioni private ai rampolli che se le potevano permettere. Malgrado ciò, non mi fecero mai mancare nulla, e crebbi così spensierato, coi piedi scalzi ed i libri in mano.

Andavano d'accordo come cane e gatto ma si volevano un gran bene. Mia nonna tirava la carretta tra la scuola elementare e le teste dure che riempivano i pomeriggi del nostro modesto soggiorno, così pieno di libri che non ci si poteva neanche camminare, e dal quale, in tali occasioni, ero rigorosamente bandito. Così io, senza troppo curarmene, trascorrevo in strada gran parte del tempo a razzolare selvaggio, oppure rifugiato in cima a un albero a leggere tutto quello che mi capitava per le mani.

La Lillina, invece, faceva quello che poteva con una gamba malconcia ed il diabete. Nella vita aveva avuto poca fortuna, e tutto quello che il destino le aveva dato, prima o dopo se l'era anche ripreso. Di figli ne aveva messi al mondo otto, tre morti nella prima infanzia, quattro durante la guerra e uno dopo. La realtà a volte è peggio di un incubo. Ma lei non s'era mai lamentata. Era uno di quegli esseri semplici il cui cuore gonfio era capace solo d'elargire amore, e che i colpi della vita non avevano indurito ma bensì addolcito come una carezza.

Ad un occhio disattento, mia nonna sarebbe parsa un tipo austero e rigoroso, amante dell'ordine e della disciplina. Ma se si raschiava un po' la superficie, e le si dipingevano indosso dei vestiti un po' più alla moda, le si scopriva una vitalità d'adolescente e l'impeto d'una Giovanna D'Arco. Era anarchica fino all'ultima goccia di sangue.

Di statura era modesta e il corpo così esile da far temere che un colpo di vento l'avrebbe portata via, ma la personalità fiera e battagliera rendeva quel fragile fuscello una quercia che avrebbe resistito a qualsiasi uragano.

La Lillina, al contrario, era rotondetta e paziente, coi fianchi sformati dalle gravidanze e le mani consunte dal freddo dei panni lavati alla fontana. Aveva un sorriso dolce e pieno di sofferenza ma dalle grandi aspettative. Era analfabeta e devota al cielo della propria ignoranza che la rendeva umile tra gli umili. E credo che avesse acconsentito che le insegnassi a leggere e scrivere come un atto di sottomissione ad una volontà superiore (la mia) di cui si riteneva indegna. Per me avrebbe fatto qualsiasi cosa.

La mia vita era cominciata così, come un sogno dal quale non avrei mai voluto risvegliarmi: correndo in cima a una collina e gridando agli aeroplani con un aquilone fatto di ritagli di giornali in una mano. La felicità era in una giornata di sole.

Per queste due donne così diverse ma, ciascuna a suo  modo, di un'umanità incandescente, ero stato un dono che avevano accolto come un miracolo. Quasi si sarebbe detto veramente che mi avessero trovato sotto un cavolo. Ero il bambino che si arrampica sulla pianta di fagioli e Pollicino che semina le briciole. La mia infanzia la percorsi così tra la realtà che non sempre mi appariva come tale e la fantasia che invece mi pareva così reale.

Avevo mille nomi e non mi fermavo mai. Quando pioveva e non potevo uscire, l'inattività m'immalinconiva a tal punto che me ne stavo per ore col naso appiccicato alla finestra a fissare le gocce e ad immaginarci dentro l'universo intero in uno stato di contemplazione così irrevocabile, che talvolta la Lillina doveva trascinarmi via e mettermi a letto in preda a febbri che si protraevano per settimane intere.

Non godevo di buona salute, crescevo poco ed ero troppo timido per fare amicizia.

Per la Lillina e la nonna ero un prodigio. Mi si radunavano intorno, come fossi stato un profeta, tutte intente ad ascoltare le mie storie, che declamavo ritto sul tavolo dipingendo intorno a loro mondi fatti di draghi, gnomi, e fate.

I miei coetanei invece non mi stimavano e si beffavano di me. E quando non me le davano di santa ragione, mi scansavano come la peste. D'altra parte ero un bastardo ed un idiota.

Preferivo così la solitudine anche se mi faceva star male, e invidiavo quei bambini che sembravano scivolare tra gli altri come ricoperti da un'aurea incantata che li rendeva accessibili e desiderabili. Quei bambini i cui genitori avevano voluto e non erano stati gettati via come spazzatura.

A scuola ero il più piccolo perché la nonna era riuscita a portarmici che avevo quattro anni per dare un po' di respiro alla Lillina. La seguivo con lo sguardo, con i piedi penzoloni dalla sedia ed il grande fiocco bianco che mi arrivava fino al naso, mentre passeggiava avanti e indietro leggendoci le poesie del Pascoli. E quando si fermava, m'inteneriva al punto che avevo voglia di correre ed abbracciarla perché mi proteggesse dal mondo, ma non potevo. Così abbassavo lo sguardo in preda a cupi sensi di colpa. Quando la sera, stanca, si accasciava sulla sua poltrona dai braccioli smussati e mi chiamava a sé come un conforto, le sedevo sulle ginocchia esplorando il mondo attraverso le sue parole che mi raggiungevano come verità assolute, e lì mi addormentavo tranquillo mentre lei mi accarezzava i capelli.  L'essere orfano aveva i suoi privilegi.

Con la Lillina invece ero più indisciplinato. Le correvo intorno burlandomi di lei. La chiamavo "zoppetta" e "zoppettina" ma mai con malizia o cattiveria. Mi era cara tanto quanto la nonna, ma sapevo che con me non si sarebbe mai arrabbiata. Tutt'al più mi avrebbe detto "Chetati Nini che se ti sente!" Le punizioni infatti erano di competenza della nonna, che mi elargiva senza possibilità d'appello ogni qualvolta oltrepassassi il limite e che per lo più consistevano in occhiate di dissenso e la proibizione d'uscire. Allora la Lillina si sedeva su una sedia della cucina e, con le mani giunte in grembo, mi guardava piena di pietà come se fosse colpa sua. E a me faceva così male vederla soffrire, che avrei desiderato essere punito molto più duramente per prendermelo io un po' di quel dolore. Ma le bastava un mio sorriso perché si rincuorasse e me lo ricambiasse con amore, strofinando le sue mani callose che mi raschiavano le guance.

Mi amava così tanto che il dolore che provò, quando mi portarono via da lei, lo immaginai così grande che per anni le ho scritto lunghissime lettere per darle conforto senza aver mai il coraggio di spedirle, perché se mai avesse saputo che ne era stato di me, dov'ero e che cosa ne avevo fatto della mia vita, avrebbe pianto di crepacuore tutte le lacrime necessarie a colmare quell'oceano che ci separava.

Da lei ho imparato ad amare la vita anche quando non m'era rimasta che quella. Mi ha lasciato, come un'impronta, il suo bellissimo sorriso, e il ricordo dolce e sincero di quegli anni che non sarebbero mai più ritornati.

Da mia nonna, invece, avevo ereditato lo spirito indomito e ribelle, e il gusto per i libri. Lei, che mi aveva insegnato a leggere e scrivere che non avevo ancora quattro anni, mi aveva messo in bocca i nomi di Cafiero, Kropotkin e Bakunin prima ancora d'insegnarmi a contare, e messo in testa un sacco di idee strane, inclusa quella che è necessario agire sempre d'istinto piuttosto che con ponderazione.

Erano una strana miscela quelle due donne che mi avevano cresciuto. L'una andava in chiesa e l'altra ai comizi. L'una mi parlava di Gesù e l'altra di rivoluzione. L'una mi raccontava le favole e l'altra delle lotte partigiane. L'una diceva "bisogna pazientare" e l'altra "bisogna agire". Non mi sorprende che le idee le abbia sempre avute un po' confuse, e la mia personalità così piena di contraddizioni.

“Le libertà non vengono date. Si prendono!”

Ed io per trent'anni avrei continuato a scavalcare i muri, anche quando i cancelli erano aperti.

Poi, un bel giorno, a dodici anni, mi ritrovai in America, scappato da un riformatorio, bagnato fradicio, nella lavanderia del vecchio Max.

 

15 novembre 1996

Perdonami l’intromissione, Thomas Jay, ma in quest’avvio mi racconti le cose un po' come ti vengono, fermandoti sempre là dove sembreresti sul punto di dire qualche cosa. Così, lasci a me l'arduo compito di colmare le lacune, rovistando come una ladra tra le tue macerie.

Nella vita ne hai fatte quante ne hai potute. Non metto in dubbio che fossi un bravo bambino, pieno di buone intenzioni (non lo siamo forse tutti nei nostri ricordi?), ma se lo eri veramente, peggiorasti col crescere.

Non puoi saltare così di palo in frasca!

Della morte di tua nonna non ne fai menzione, e nemmeno del tuo viaggio in America (quando pare ti caricassero di forza sull'aereo, dopo che per scappare dall'istituto in cui ti avevano messo t'eri buttato giù da una finestra). Da quello che ne deduco, qualcuno doveva aver rintracciato tua madre al di là dell'oceano e deciso di mandartici, malgrado lei non fosse ansiosa d'accoglierti. Lo so che non le vuoi un gran bene (la prima volta che ci incontrammo infatti, quando ti diedi del porco, mi rispondesti che - in effetti - uno come te poteva essere solo essere figlio d'una scrofa), ma ometterla così di sana pianta?

Così ti ritrovo tutto d'un tratto a dodici anni, in un altro continente, scappato da un riformatorio, bagnato fradicio nella lavanderia del vecchio Max.

Cerca di aggiustare il tiro, Thomas Jay, non prendermi per i fondelli. Usa il teleobiettivo non il grandangolo. Non sono scema.

 

 

20 novembre 1996

Che c’è? Già ti girano? Va bene, va bene. Ai suoi ordini principessina.

Di Max comunque ti ho già parlato tante di quelle volte che non sono sicuro ci sia più nulla d'aggiungere. Ma visto che non mi dai pace e insisti come un ossesso (come solo tu sai fare), cercherò di farlo una volta per tutte, entrando in tutti quei dettagli che dici che trascuro deliberatamente. (Poi però non rompermi più i coglioni.)

 

Cominciò tutto alla lavanderia.

Entrai lì quasi per caso, stremato dal freddo, la stanchezza e la fame. Non sapevo dove andare.

Dagli asciugatori provenivano folate di aria calda che intiepidivano l'ambiente, malgrado la porta restasse sempre aperta perché nessuno si curava di richiuderla.

La lavanderia del vecchio Max sembrava l'ultima stazione d'un battaglione in ritirata. C'erano una donna che allattava, un bambino che piangeva, una coppia che litigava, due barboni e uno che parlava da solo dondolandosi su una panca. Solo ai dormitori pubblici avevo visto di peggio.

Sebbene il rumore delle lavatrici fosse assordante e l'odore dei detersivi, mescolato alla puzza dei barboni (entrambi ubriachi) rendesse l'ambiente quasi insopportabile, era meglio del diluvio che mi ero lasciato al di là della porta. potevo permettermi di fare troppo lo schizzinoso.

Nell'entrare non rivolsi che una breve occhiata all'umanità che mi circondava, conscio del fatto che non dovevo avere un gran bell'aspetto neanche io (e neanche un gran bell'odore). Là dentro non stonavo affatto. I due barboni però, imbacuccati di cappotti oleosi (che di battaglie ne dovevano aver combattute) e con i loro sacchetti di cellofan attorcigliati alle caviglie, avevano parecchie lune di vantaggio su di me. Decisi così d'ignorarli (malgrado mi bofonchiassero qualcosa) e virai di centottantagradi finendo con il naso dritto davanti a quello che parlava da solo che mi guardò alzando le mani al cielo. Ma fatto dietro-front, mi ritrovai spintonato da dietro.

"Scansati giovanotto. Quando è troppo è troppo!", udii alle mie spalle. Era Max che, sbucato all'improvviso da dietro una catasta di biancheria, si era lanciato come un razzo, armato di scopettone, alla volta dei barboni intimandogli d'uscire.

Certo che ce l'avesse anche con me (convinto com'ero che il mondo intero m'avesse preso in antipatia),  gli mostrai i pugni grintoso e poi, quasi deluso di essere stato completamente ignorato (sebbene non completamente schivato), me ne rimasi impalato con le braccia incrociate e la bocca spalancata.

Mi aspettavo che quei due, grandi e grossi com'erano, afferrassero l'ometto impavido e lo scaraventassero al di là della biancheria da dove era venuto, invece, quasi terrorizzati, batterono in una ritirata fulminea e, accatastati l'uno sull'altro, rantolarono al di fuori della porta coprendosi il volto con le mani.

Intanto la donna aveva continuato ad allattare senza alzare lo sguardo come se nulla fosse, marito e moglie a rinfacciarsi le corna,  il bambino a piangere e l'altro a parlarsi addosso.

Max richiuse la porta soddisfatto, si liberò dello scopettone e in tutta calma ritornò ai suoi affari, come se fosse tornata la pace.

Questa era la lavanderia di Max.

Mi rincantucciai in un angolo con le braccia incrociate e la testa bassa cercando di non essere notato, assorto in chissà quali strani pensieri ingarbugliati dagli occhi che mi si chiudevano. Mi strinsi infreddolito, pronto a mostrare i denti a chiunque m'avesse dato fastidio. Ma tutto quello che feci, invece, fu di dare un'occhiataccia a quello che parlava da solo che credevo parlasse a me, e a una vecchietta idiota che mi chiese se avevo da cambiarle cinque dollari.

Me ne rimasi lì in silenzio pensieroso per alcune ore. Fuori era già buio. Rattrappito com'ero, e incastrato tra una lavatrice, una palma finta  e un dispenser di detersivo, riuscivo a passare abbastanza inosservato. Quanto al vecchio Max, tutto intento a ripiegare biancheria, faceva finta di non vedermi.

Quando fu l'ora di chiusura e l'ultimo degli avventori ebbe lasciato il locale, Max m'ignorò di nuovo, serrò le porte, prese uno straccio e cominciò a pulire ancora senza curarsi di me, come se io, in quell'angolo, facessi parte della coreografia.

Aveva ripreso a piovere.

I due barboni di prima s'erano sistemati sul marciapiede cantando "Clementine" e uno di loro, spaccata una bottiglia sulla serracinesca, cominciò ad imprecare contro l'altro. Si chiamavano Ted e Terry. Max diede un colpo alla porta col manico della scopa e, visto che i due non la smettevano, alzò le spalle e riprese a strofinare.

Come ebbi poi in seguito modo di appurare, quella scena si ripeteva solo con minutissime varianti tutte le sere. Ted e Terry alla lavanderia erano di casa perché Max, malgrado li rincorresse con lo scopettone, il più delle volte gli dava da mangiare, e spesso gli comprava anche da bere. A parte il loro comportamento da ubriachi apparentemente riottoso, erano innocui come due agnellini e pieni di storie stravaganti da raccontare, perché, si sa, dietro ogni barbone si nascondono infinite leggende.

A quell'età, seduto ad ascoltarli, ero convinto che un giorno, di lì a trenta-quarant'anni, sarei finito come loro, e l'idea non mi dispiaceva troppo perché i barboni mi affascinavano. Erano esseri quasi soprannaturali. Ma, quanto al mio futuro, ero stato ottimista.

Intanto, restavo lì muto in attesa di qualche cosa senza sapere esattamente cosa. Dovevo avere già la febbre alta. Eppure, malgrado a malapena riuscissi a tenere gli occhi aperti, mi sforzavo di tenere lo sguardo vigile inchiodato sul vecchio, pronto a schizzare via all'occorrenza. Non sembrava cattivo, ma non mi convinceva.

Poi, ad un tratto, di soprassalto disse:

"Allora Al Capone, me la dai una mano o hai deciso di saltare la cena?"

Avevo dodici anni e ne dimostravo poco più della metà, ero alto uno sputo e pesavo ventidue chili. Proprio la stazza d'Al Capone. 

Avresti dovuto vederlo, aveva questi due occhietti vispi a punta di spillo che mi punzecchiavano con aria complice ma autoritaria, perché di carisma il nonnetto ne aveva da vendere. E se ne stava lì impalato ad aspettare che mi muovessi o che dicessi qualcosa. Mentre io, dal canto mio, mi sarei fatto ammazzare pur di dargliela vinta. Però l'indecisione è una tattica che dà pochi frutti. Guardai la serracinesca chiusa. Non avevo via di scampo. Qualsiasi cosa era meglio dei marciapiedi.

Traballai dalla sedia con la testa che mi girava, non ancora sicuro di riuscire a reggermi in piedi. Gli strappai lo straccio dalle mani con rabbia, lo guardai pieno di astio e cominciai a pulire. Lui disse: "Quando hai finito c'è una porta sul retro, ma se hai fame, sali su, una minestra la rimediamo."

Poi lo udii avviarsi su per una scala.

"...Al Capone..."

 

Malgrado la situazione mi stizzisse, c'era un che di simpatico e di bonario in Max che mi fece subito sorridere. Però di lui, come di nessun altro, mi fidavo.

Affrontare la vita a dodici anni era un'avventura piena di spine. Quando conobbi Max ne avevo già passate tante, senza più una casa, in una realtà estranea e ostile che non mi ero scelto e contro cui mi opponevo come Don Quichotte contro i mulini a vento. Se avessi potuto, l'oceano l'avrei riattraversato a nuoto, perché da quando avevo messo piede in America la mia vita era andata giù a rotta di collo.

Non ero certo un cuorcontento, Ailie, e guardavo il mondo di sbieco, come un'ossessione senza biglietto di ritorno. A quell'età la vita è già di per sé una tragedia: non più bambini e non ancora adulti; quando si comincia a capire molto, ma non ancora abbastanza; quando crediamo di poter affrontare il mondo da soli, ma la sera vorremmo ancora qualcuno a rimboccarci le coperte. Mi confortava solo il pensiero che la Lillina era ancora viva laggiù in Toscana, e che un giorno, forse, ci sarei tornato. Ma di lei, dopo soli pochi mesi, non riuscivo già più nemmeno a ricordarne il volto.

In riformatorio, la prima cosa che avevo imparato era che agli altri, di me, non gliene sbatteva un accidente. Ed era con quella convinzione che la mia idea del mondo si era andata formando. Eppure, in modo naturale, non credevo nella cattiveria degli altri. Nell'insensibilità e il disinteresse piuttosto. La gente mi piaceva istintivamente e gli andavo incontro con il sorriso sulle labbra, e spesso, quando mi ritrovavo ad attutire i colpi, quel senso di sconforto e incredulità mi sopraffaceva come al colmo di una delusione innanzi alla quale non volevo mai arrendermi. E ogni volta mi domandavo se fosse colpa mia: perché se mia madre mi aveva prima abbandonato e poi fatto rinchiudere in un riformatorio, allora dovevo essermelo meritato solo per il fatto di esistere.

Era soprattutto della mia incommensurabile (e spesso ingiustificata) fiducia nell'umanità ciò di cui meno mi fidavo. Nel fatto che ricadevo sempre nello stesso errore e la pagavo cara. Così, per sopravvivere, avevo cominciato a difendermi come potevo, cominciando a diffidare, aspettando di crescere nella speranza che poi, un giorno, tutto sarebbe stato diverso. Come se, una volta adulto, il mondo sarebbe ridiventato improvvisamente amico.

Credo fosse stata proprio quella cieca aspettativa, quell'ottimismo sofferto ma sopravvissuto a tutte le battaglie dell'adolescenza, a travolgermi poi sulla soglia dei vent'anni: quando ero cresciuto e nulla era cambiato, e quando a quell'errore fatale d'essere stato messo al mondo avevo cercato di porre rimedio. Quando, ritrovandomi a casa dei pazzi, avevo scoperto d'essere buon inquilino. Ma quegli anni erano ancora lontani. E fu come se, precipitando dal cinquantesimo piano,  mi arrestassi per un po' a mezz'aria convincendomi di poter poi piano piano planare. Come per un colpo di bacchetta magica, la mia caduta si cristallizzò brevemente nel momento in cui scelsi di restare da Max.

A dire il vero, mentre me ne stavo lì a lucidare lavatrici e spazzare pavimenti, mi vennero in mente parecchie idee strane, inclusa quella di ammazzare il vecchio, rubargli i soldi e darmela a gambe; ma non avevo talento per quelle cose. Così, invece, me ne salii su buono con la coda tra le gambe. Quasi mi scusassi dei miei cattivi pensieri.

La porta d'ingresso dava direttamente sulla cucina: uno stanzone dal linoleum verdastro e dai soffitti alti, con un paio di vecchie tendine sdrucite su una finestrella murata e larghe macchie d'umidità sulle pareti.

Entrai quasi in sordina, avanzando timidamente.

Una lampadina penzolava solitaria appesa a un filo. C'era poca luce e un odore stantio. In fondo, un archetto si apriva su un soggiorno immerso nel buio, e un'altra porta si perdeva in un corridoio lungo e stretto.

 Max sedeva a un tavolo al centro della stanza. Fumava la pipa e leggeva Apollinaire con un gomito appoggiato allo schienale della sedia. Quando mi vide indicò il mio piatto e si rimise a leggere.

Rimasi immobile per qualche istante, con una voglia matta di riscendere di corsa le scale. Poi mi sedetti a tavola e mi misi a mangiare, astenendomi dal gettarmi a capofitto sul piatto, tanta era la fame che avevo.

Max continuava a guardarmi con quella stessa pungente aria di poco prima.

Raggiunto il fondo del piatto, me ne restai in silenzio con la testa bassa. Ero irritato dal mio stesso imbarazzo, e dal fatto che Max dava l'aria di aspettare che fossi io a dire o fare qualcosa. Ero come una formichina che ha perso la pista e gira alla rinfusa. Non sapevo che fare. Allora afferrai il piatto con tracotanza, lo schiaffai nel lavandino e lo sciacquai, come per dire: "Grazie tante e arrivederci."

Invece feci solo la figura del ragazzino e avrei avuto voglia di prendermi a schiaffi quando Max mi rivolse un cenno d’assenso, m'indicò la sedia, io gli obbedii come un burattino.  Eravamo al punto di partenza.

Avremmo potuto entrambi restare lì ad osservarci per ore (io a grugno duro e lui pronto scoppiarmi a ridere in faccia), se ad un certo punto non fosse successo qualcosa che mi avrebbe reso Max amico per l'eternità.

Alzatosi da tavola, scomparve verso il corridoio scuro, per riemergere poco più tardi con in mano un cofanetto di legno intarsiato.

"Sai giocare a scacchi, Al Capone?" disse come se fossimo già vecchi amici.

Alzai le spalle.

"Bene - aggiunse sistemando i pezzi sulla scacchiera - è ora che impari."

Più di ogni altra dote che aveva questo vecchietto brillante, la capacità di rendere le cose più complesse semplici e le più banali straordinarie, era il suo arco di trionfo. Con le dita che si muovevano sulla scacchiera come per magia, me la dischiuse, svelandone i misteri come una tavola pitagorica, snocciolandone le aritmetiche e le geometrie. Mi presentò le armate, i ruoli, le posizioni, le schiere, le concatenazioni e le simmetrie, sviscerandomi una passione che mi sarei portato dietro per tutta la vita.

"In una partita a scacchi - mi diceva - non si gioca per vincere, ma per conoscere l'avversario." E sebbene, allora, non credo avessi pienamente afferrato il senso di quelle parole, con gli anni mi ritornò come una rivelazione che avevo accantonato nel momento stesso in cui mi era stata detta.

Tra i due avversari si celano tutte le alchimie delle relazioni umane.

Max m'insegnò a conoscere le strategie dell'uomo.

Stavo attento ad ascoltarlo quasi ipnotizzato dal suo modo quasi convulso, appassionato, mentre sbandolava quella matassa d'informazioni che io mi sforzavo di assimilare, quasi dimentico della stanchezza. E già mi protraevo in avanti, attendendo con ansia il momento fatidico in cui avrei potuto tuffarmi anch'io in quel mondo di schiere bicolori, in uno stato d'eccitazione quasi febbrile.

Invece Max, terminato il suo lungo dialogo con le armate del tempo, davanti al quale ero rimasto muto e attonito, ripose gli scacchi nel cofanetto e disse:

"Sei stanco, Al Capone, è ora di andare a dormire." E se ne andò senza lasciarmi replicare o invitandomi ad andarmene o restare.

Rimasi lì seduto qualche istante sconcertato. Di tipi strani nella vita ne avevo già incontrati parecchi, ma Max li sorpassava tutti.

Mi diressi al di là dell'archetto sul fondo della cucina e accesi la luce. Un ampio soggiorno, dove giaceva un vecchio divano dalle fodere logore, era sbucato quasi dal nulla. La prima cosa che mi colpì, come un pugno in un occhio, fu la tappezzeria scarlatta che certamente aveva conosciuto giorni migliori. Poi, in un angolo, vidi un grammofono d'altri tempi, con accanto accatastati una pila di settantotto giri: per lo più opere di Caruso. Una finestra era ricoperta da un ampio tendaggio, e non aveva l'aria di essere stata aperta di recente. C'era polvere un po' dappertutto.

Perlustrai con lo sguardo la stanza apparentemente disadorna, ma appena mi voltai, notai su una parete laterale un'immensa libreria a muro che si ergeva su in alto fino a raggiungere il soffitto.

Non avevo mai visto nulla del genere.

Il primo uomo nello spazio, davanti alla maestà dell'universo, dovette avere in volto la mia stessa espressione di attonito stupore. Volumi di ogni tipo, fattura, rilegatura, colore, spessore, s'innalzavano in un monumento alla conoscenza umana. Rimasi con il fiato sospeso.

Una lunga scala a pioli era agganciata ad un'asse del penultimo scaffale e scivolava per tutta la lunghezza della libreria. In quel frangente, le lancette del tempo si erano eclissate.

Passai in rassegna alcuni volumi: ce n'erano in greco, latino, tedesco, ceco, alcuni antichissimi. Su un altro lato invece, dove erano riposti i libri in inglese, le copertine erano più moderne e molti dei titoli li riconoscevo, perché fin da bambino ero cresciuto rovistando tra i libri di mia nonna. Ma nell'insieme, quei libri erano come un coro di voci che mi chiamavano intonando quell'inno che avevo sempre voluto ascoltare.

Mi avessero rinchiuso in quella stanza per tutta la vita, avrei fatto come Proust, non ne sarei mai più uscito.

Ne sfogliai alcuni, con la coda dell'occhio rivolta alla cucina per timore di essere scoperto. Uno aveva delle bellissime pagine di pergamena con illustrazioni dipinte a mano, dalle tinte turchesi e porpora, incastonate in cornici d'oro. Un altro pesantissimo, si dispiegava per quasi duemila pagine di carta così sottile che temevo mi si frantumassero tra le mani.

Quanti anni ci sarebbero voluti, mi chiesi, per leggerli tutti?

Se la stanchezza non avesse avuto il sopravvento impedendomi di concentrarmi, tra quelle pagine avrei sicuramente trascorso l'intera nottata, ma mi arresi.

Appeso ad una parete, mentre mi dirigevo verso il divano, vidi uno stiletto in una fodera di cuoio. Senza sapere esattamente perché, lo afferrai, e nascostolo sotto un cuscino, mi addormentai.

 

1 dicembre 1996

Dici che sono sulla buona strada? Meno male...

Proseguo.

Il giorno dopo mi svegliai che il sole era già alto (e forse aveva anche cominciato a calare). Guardandomi intorno frastornato, dovetti fare uno sforzo per capire dove mi trovassi e come ci fossi arrivato. Ero avvoltolato in una coperta che non ricordavo di avere avuto prima di addormentarmi, e neanche le scarpe mi sembrava di essermele tolte.

Osservai i miei calzini logori e bucati che portavo ormai da quasi una settimana e le gambe che quasi scomparivano dentro i pantaloni.

Alzatomi dal divano, cominciai a girovagare intorno come un esploratore all'approdo di un nuovo mondo. In guardia ma con curiosità.

La casa sembrava deserta, e alla luce del giorno appariva meno decadente di come mi era sembrata la sera prima. Era ordinata ed arredata in modo essenziale da oggetti come sbarcati da un vecchio vascello. Solo la grande libreria spiccava per lusso e sontuosità, come un tesoro accumulato nel tempo e preservato con cura. Come se fosse l'unica cosa a cui il vecchio veramente tenesse.

Tirai le tende, e notai che la finestra dava su un piccolo cortile angusto e pieno d'immondizie dietro la lavanderia. Incastrati tra due bidoni, Ted e Terry, se ne stavano rannicchiati in un ammasso di cappotti.

Sebbene fosse una giornata limpida e serena, tirava una tramontana gelida che aveva indurito le pozzanghere. Intanto, qualche cane razzolava tra i rifiuti. Ero grato di aver passato la notte al coperto.

Perlustrato l'appartamento in lungo e in largo, mi appurai che il vecchio Max non c'era, e lo immaginai giù alla lavanderia, trovando strano che non mi avesse svegliato e se ne fosse andato lasciandomi da solo. Era una fiducia a cui non ero abituato.

Ma non fu la sola cosa a stupirmi. Su una sedia aveva riposto dei vestiti che sembravano della mia taglia, e sul tavolo di cucina c'era un piatto con la colazione. Accanto, una nota per me, venti dollari e una lista della spesa, come se tra noi si fosse instaurato un rapporto di mutua cooperazione.

Davanti a quella scena inconsueta e, ai miei occhi, quanto meno assurda, non sapevo come reagire. E siccome alla bontà credevo poco, e all'altruismo disinteressato ancora meno, presi a palpitare infuriandomi come un ossesso per quel qualcosa che non riuscivo a capire e che mi lasciava inerme. L'idea di dover essere grato a qualcuno per un riguardo nei miei confronti, mi riusciva forse ancora più intollerabile dell'astio contro un torto.

Così mi ritrovai rincantucciato sotto il tavolo quasi per nascondermi da un nemico invisibile che mi mandava in frantumi. Battendo i piedi e strillando. Poi, senza pensarci due volte, mi alzai di scatto, presi la lista e la stracciai in mille pezzi e, afferrati i soldi, mi lanciai fuori.

Solo quando fui a metà della scala, mi resi conto che indossavo ancora la divisa, e che così conciato mi avrebbero arrestato prima ancora d'attraversare la strada. Così risalii su con l'intenzione di cambiarmi e rimboccare la via della porta. Invece, una volta vestito, mi accovacciai sul divano con la testa tra le ginocchia e una gran voglia di piangere.  Non sapevo dove andare.

Le lancette del tempo, Ailie, si rincorrono veloci. Fanno tic tac quando quello che stiamo per fare ci conduce su una strada piuttosto che ad un'altra. E il tempo non è che un fiume in piena che trascina via con sé tutto quello che trova per la sua strada. Vivere, morire, restare, fuggire. Per tutta la vita i miei bivi si sono ridotti a questi quattro elementi, come aria, acqua, terra e fuoco. Respiravo, annaspavo, correvo, bruciavo. Senza una bussola tra i quattro poli della terra. E avevo paura. Una paura tangibile e infinita che mi attanagliava stringendomi in una morsa e inumidendomi le guance.

Non c'è nulla di più umiliante della materializzazione delle nostre paure. E anche se questo avviene in solitudine, finiamo per essere noi stessi i giudici più implacabili, mettendoci da soli alla gogna.

Poi, come se fosse tornata la calma, e come se quelle lacrime che avevo fin troppo a lungo trattenuto risolvessero tutto, mi disciolsi in un diluvio che riversai nella vasca da bagno dove mi immersi, strofinandomi fino a quasi sanguinare. E dopo, come d'incanto, mentre l'acqua con lo sporco trascinava via le mie paure, mi sentii tranquillo e sereno.

I vestiti che mi aveva lasciato Max erano puliti e comodi, e davanti allo specchio osservai ridendo un ragazzino ben pettinato che mi faceva le boccacce.

Rimessi insieme i pezzi della lista che avevo stracciato, uscii e feci quello che mi era stato chiesto. Poi, tornato a casa, preparai la tavola, diedi un'occhiata di soppiatto alla libreria come se fosse un territorio proibito, e scesi giù da Max che stava per chiudere. E senza aspettare ordini, mi armai di straccio e cominciai a pulire.

Quello che più mi stupiva di Max è che non sembrava mai sorprendersi di nulla. Come se avesse dato per scontato che non sarei scappato e che avrei seguito le sue istruzioni. E mi domandavo se quel vecchio (che mi appariva sempre più saggio), tra le tante mosse, avesse anche previsto le mie strilla, il mio pianto dirotto e l'apoteosi finale. Ma, a quel punto, ero più forte del mio stesso senso d'imbarazzo.

Le mezze misure non mi sono mai state congeniali. A picco e in cima alle stelle. Con le stelle nel pozzo e il baratro nel cielo. Ciò che mi distruggeva era anche ciò che mi salvava.

Quando terminai di pulire il locale, risalii di sopra soddisfatto e col sorriso sulle labbra come non mi succedeva da mesi. Max se ne stava seduto fumando la pipa. Mi aveva aspettato per cenare, e i piatti in tavola erano fumanti.