Titolo: LA LUCE RIFLESSA
Autore: ROBERTO BRAKUS
LIBRO PRIMO
Il
sole volgeva dietro le nubi, in un timido tramonto.
Il mare rispecchiava la
sua immagine, beandolo del suo potere, e riscaldando se stesso con i doni dei
raggi di un giorno sollevato dalla sua quotidianità.
Le onde cantavano i loro movimenti,
assaporando gli ultimi infiniti chiarori di una luce divina che sarebbe svanita nel manto della notte. Il colore argento grigio dipingeva l’immensità delle acque, che nella
loro gelosia, custodivano l’incantesimo di un’isola.
La terra era avvolta dalla
passione, incubata nei sentimenti, dove ogni desiderio di vita sarebbe stato
esaudito solo nel vederla, baciata e stretta da braccia
giganti fatte di sola acqua. Sotto il celeste cielo attendeva la magia
di un vento che l’accarezzasse, comportandosi come le
stesse onde che corteggiavano le sue incantate sponde. Un manto verde di
silenzi e fogliame imperlava la sua bellezza, protetta
dalla durezza delle rocce che delineavano la sua candida imponenza. È cosi che la osservavano gli dei dall’alto, coscienti che
nessuno non l’avrebbe mai vista.
Eppure in quelle acque, e in quello stesso giorno, una nave
fatta di passione ruppe quell’incantesimo, e la sua scia di salvezza si
conficcò nella sabbia bianchissima, trafiggendo la scogliera dei desideri.
È fu
così invece, che la osservarono tre comuni figure di mortali.
I
Truzar, il normanno,
affondò le sue gambe nell’acqua gelida, aggiustandosi la pelliccia sulle
spalle. Conficcò l’arma nel manto fluido, azzurro profondo, guardando verso
l’alto e contemplando gli astri. Recitò qualche parola
dettata dalla sua fede, radicata nelle tradizioni e nei canti del suo passato
e, lentamente, stringendo la corda della barca, calpestò la sabbia col
suo possente passo.
Blatimur, avvolto nella
sua nobiltà cucita sul suo mantello scuro, respirò quell’aria tersa,
intrecciata con un vento sincero che sfiorava il suo viso cadaverico. Con gli occhi rossi e i capelli nero corvino, camminava sulla
spiaggia con le spalle ricurve, mentre nell’animo nascondeva le sue sensazioni
di mortale, felice di essere approdato sull’unica terra riscaldata dalla
passione.
Lord Hawak, invece, non era ancora sceso dalla barca, ma immobile nella sua armatura
osservava lo svanire dell’orizzonte. La lucentezza della sua corazza si
rifletteva in uno specchio d’acqua, vasta, cullante i ricordi di una partenza
ormai vissuta, che ora, lasciava spazio ad un arrivo,
caldo e freddo, com’era l’immagine di Lord Hawak in quell’istante.
Il silenzio aveva
ammutolito i loro animi. Racchiusi nelle loro maschere di condottieri
ascoltavano la passione delle onde scagliarsi nelle insenature, e osservavano
la spiaggia svanire nell’avida trasparenza del mare e l’orizzonte calarsi nei
panni della notte.
Ogni angolo della terra
offriva meraviglie che gli stessi uomini ricercavano nella loro breve
esistenza, ma lì, smarriti tra le sensazioni e inghiottiti dalla grandezza del
mare, il pensiero di essere degli eletti si materializzava nei loro sguardi
smarriti.
Truzar, il normanno,
lasciò cadere la sua roba sulla sabbia. Le sue possenti spalle erano rivolte
alla foresta ai piedi della montagna, la cui cima
svaniva tra le nubi rossastre. La sua vista si perdeva tra le immagini divine
nel manto celestiale, e nel cuore sperava che le loro ombre proteggessero la
sua stessa vita. Il colore dei suoi occhi, celeste chiarissimo, s’infrangeva
nella lucentezza delle acque, mentre si avvicinava alla barca e riavvolgeva le
vele. Era l’imbarcazione più rapida che avesse mai costruito
con il legno delle sue foreste. Avevano impiegato circa venti giorni di viaggio
per raggiungere quel Paradiso. Erano partiti dalle Terre del Nord, nella piena
stagione della caccia, attraversato il Mar Grande che bagnava i confini
dell’Impero Nordico, e avevano vissuto sotto le stelle
e pianto nei ricordi dei loro cuori.
Durante il lungo tragitto
nessuno aveva svelato il perché della propria impresa. Il silenzio aveva
condotto il timone, e nello splendore di un paesaggio si ricordavano di essere
semplici uomini chiamati eroi. Al normanno non interessavano le intenzioni dei
suoi compagni di viaggio. Per lui era importante raggiungere quel posto e, come
sempre, portare a termine la sua missione. A casa, sua moglie attendeva il suo
amore promessole in eterno. Forse tutto questo era quello che pensava
all’inizio dell’impresa. Non era la fama o la gloria, che spettava ai
sognatori, ma il gesto d’umiltà e la passione che lo avevano esortato a guidare
quella spedizione.
Il misterioso Blatimur,
avvolto nel suo mantello, aveva bussato alla sua porta e in ginocchio, piegato
dalla sofferenza, gli aveva rivolto
queste parole: Possa tu, viaggiatore dei
mari, accogliermi sulla tua barca, e condurmi su di un’isola, dove la mia anima
possa trovare la pace.
Quanta
fede in quelle parole e tristezza negli occhi dell’uomo dall’appellativo di
duca di Blatrus, la terra Nera.
Era il territorio avvolto dall’oscurità, dalla crudeltà, dalle tante battaglie
e dalle mille leggende e forse, come Truzar intravide nello sguardo del
misterioso Blatimur, anche la storia del suo amico era una brutta fiaba. Poi la
stessa notte aveva letto i libri dei suoi avi, i loro canti, e tra le righe
aveva quasi veduto l’isola che il duca gli aveva descritto nei suoi racconti. Ecco perché aveva costruito quella piccola imbarcazione, e adesso,
mentre la tirava sulla spiaggia, era incantato dal profumo di quell’aria così
viva che scuoteva i suoi capelli. Qualcuno in precedenza l’aveva
sognata, l’aveva disegnata con la sua ambizione, l’aveva ricordata nelle sue
gesta, ma di sicuro, neanche il più gran poeta dei tempi, avrebbe
descritto quel posto con tutta la passione che l’anima gli avrebbe
dettato.
È questo era quello che pensava, mentre i suoi muscoli possenti e la
sua abilità di navigatore lo trattenevano accanto alla barca. Lontano dai
compagni non si accorse che Lord Hawack, poggiato l’equipaggiamento sulla
sabbia, aveva impugnato l’arco direzionandolo verso i
cespugli, a circa trenta metri dalla sua posizione.
II
Sono un semplice messaggero, gridò una figura uscendo dal suo nascondiglio dietro al
fogliame. Indossava un abito lungo, scuro, con dei bracciali dorati attorno ai
polsi. Avanzava lentamente verso i nuovi arrivati, con il suo sguardo
accigliato e un volto delineato dai suoi capelli biondi. Aveva le braccia
attaccate lungo il corpo e, attorno ad esso, una
cinghia che reggeva il fodero della sua spada. Sul petto il vestito riportava
un disegno quasi raffigurante un’aquila dorata, forse lo stemma di un casato
d’appartenenza. Il suo viso era pulito e sereno e,
deciso, continuava la sua avanzata mentre Lord Hawack continuava a tenerlo
sotto tiro.
Non credo di essere lo
straniero che è sbarcato su quest’isola – riprese la stessa figura – ma
siete approdati voi su questa terra ed io, come il più nobile degli abitanti,
sono qui ad accogliervi…
Non credo, invece, che tu dica il vero! disse Blatimur comparendo alle sue spalle.
La figura rimase
sconcertata e non si voltò, ma cercò di dimostrarsi fredda
all’evidenza. Quale stregoneria avesse guidato quel
corpo ad apparire dietro di sé non aveva certo spiegazioni, d’altronde non ci
credeva più, ma ciò che lo colpì di più fu il suono della sua voce. Allora
allargò le braccia, un docile segnale per i suoi compagni, e dietro i cespugli
ci furono nuovi movimenti.
Questa è la mia terra, ed io la devo difendere, disse.
Poi fu una frazione di
secondi, e Blatimur vide una freccia argento sfiorare
il suo volto e scontrarsi con un’altra freccia mal lavorata, e quest’ultima,
diretta alla sua schiena, spezzarsi in due e cadere al suolo. Lord Hawack aveva
scagliato la sua saetta e salvato il suo amico, e con rapidità, con il piede
destro, aveva sollevato il suo scudo, e armato di spada e lancia, protetto
dalla sua armatura bronzea e dal suo elmo, lentamente avanzava verso gli
avversari, che in massa erano usciti allo scoperto. Altri dardi erano stati
scagliati rapidamente verso Truzar, il normanno, che, lontano dalla posizione
dei suoi compagni, aveva visto prima una freccia conficcarsi nella barca, a
pochi centimetri dal suo braccio, e subito dopo una pioggia di ferro scrosciare
sul suo corpo. Il normanno aveva immediatamente raccolto la sua spada e si era
rialzato a malapena. Sulla sua spalla, una freccia oscillava spinta
dal vento, mentre le altre erano attaccate alla sua pelliccia ed una aveva
colpito il suo polpaccio. Con lo sguardo lievemente sofferente diede un’occhiata veloce ai due compagni; Lord Hawack era
circondato da una decina di uomini, ma non sembrava per nulla in difficoltà, e
Blatimur, continuava a scansare con rapidità gli attacchi del suo avversario.
Pensò di estrarre le due
frecce dal proprio corpo, riparandosi dietro la barca, ma non ebbe il tempo
necessario. Nello stesso istante in cui aveva pensato di curarsi, tre uomini
correvano nella sua direzione. Non sapeva chi fossero, o cosa mai potessero
volere da loro, ma in ogni modo li avrebbe uccisi per
difendere la sua stessa vita. Aveva preso parte a tantissime battaglie
nonostante odiasse le stesse guerre, odiasse uccidere,
ma sempre la sua mente gli aveva suggerito una causa per farlo, e stavolta cosa
era più importante della propria vita?
Il tenebroso Blatimur
evitava i colpi del suo nemico con facilità, quasi sdoppiandosi sotto quei
continui attacchi inferti nell’incredulità del suo stesso avversario.
Non so quale stregoneria guida i fili del tuo corpo
così rapidamente – disse ansimando la
figura che aveva dato per prima battaglia
– ma li taglierò uno ad uno, rispedendoti tra la tua
natura, tra la tua gente, che si illude di sopraffarmi con tre semplici guerrieri,
di conquistare la nostra isola e di impossessarsi del suo bene più profondo.
Non verrà mai quel giorno in cui camminerete su questa terra… vi annienterò
tutti… tutti…
Non so di che cosa tu stia
parlando, affermò Blatimur
divertendosi col suo combattente, pur rispettando le sue stesse ragioni e il
suo coraggio.
La mia anima non è pulita, e il mio odio è tanto, e se
la mia violenza è giunta fin qui, se pure il veleno del male è approdato su
quest’isola, non c’è pace per il mio cuore. Le carneficine a cui ho preso parte, per anni, hanno divertito i miei occhi, ma
oggi sono stanco di ricordare quelle immagini e vederle susseguirsi con agonia
e lentezza nella mia mente…
Ammetti le tue nefandezze – gridò il nemico alzando la spada – riconosci il tuo perfido sovrano, e ribellati al suo volere, poi io
porterò pace alla tua stessa anima, detto
questo si lanciò con il suo stesso corpo cercando di portare a segno il suo
colpo.
Poteva mai un mortale
uccidere un corpo privo della luce divina? Blatimur allargò il suo mantello
scuro e avvolse il suo nemico, per poi lasciarlo sperso sulla sabbia
bianchissima in preda al terrore. La figura non aveva mai toccato il dolore con
la stessa mano, e mai pensava che potesse essere possibile farlo, ma di sicuro,
l’anima del suo avversario era nelle tenebre. Come fosse riuscito a
scaraventarlo per terra era l’ultimo dei suoi
problemi, adesso combatteva con il suo nuovo stato di terrore che rabbrividiva
il suo corpo, mentre terrorizzato osservava Blatimur raccolto nelle sue spalle.
Se non troverò pace, almeno avrò
giustizia…, sospirò il misterioso Blatimur, mentre i suoi capelli nero corvino
si composero e i suoi occhi divennero meno rossi e più chiari. Nello stesso
istante, i guerriglieri si diressero contro la sua figura per soccorrere il
loro condottiero, e Blatimur li vide avvicinarsi velocemente senza temere la
loro cattiveria. Gli osservava negli occhi e invidiava le loro anime destinate
al crepuscolo della morte e nate nella stessa luce che guidava i loro corpi.
Poi accigliò il suo sguardo e odiò quelle figure avanzare contro di lui.
Indossavano lunghe tuniche scure, con sopra una corazza di maglie, armate di
spade ed elmetti; si erano poste tre alla sinistra di Blatimur e due alla sua
destra, e osservavano il loro avversario fermo e avvolto nel suo mantello
scuro. Allora, animate nel vigore e accecate dal potere della stessa battaglia,
prima frenarono i loro passi, stupite dall’immobilità del loro rivale, e poi
insieme, da entrambi le parti, si scagliarono all’attacco. Ma prima che le loro menti potessero filmare le loro armi che colpivano
il corpo del nemico, le loro azioni furono spente sul nascere, e per gli uomini
che cadevano sulla sabbia bianchissima, altri erano già pronti a sostituirli e
ad impugnare le loro stesse spade.
Blatimur si voltò verso la
riva, e in lontananza scorse i suoi salvatori che avevano colpito i suoi nemici
con un tipo particolare di arpioni. Quelle figure
erano schierate in ginocchio, su di una piattaforma rocciosa che si ergeva in
mezzo all’acqua, e sotto la guida di una piccola figura incappucciata,
colpivano con gli stessi arpioni dorati gli avversari che spadroneggiavano
sulla spiaggia. Blatimur si trovava tra due fuochi, senza conoscerne il perché
e senza conoscere gli stessi schieramenti che si fronteggiavano davanti ai suoi
occhi. I primi, capeggiati dall’uomo biondo con la tunica nera e lunga, gli
avevano aggrediti senza dar loro il tempo di spiegare chi fossero
e perché si trovavano sull’isola; i secondi, erano sbucati dal nulla, forse da
sotto le acque aggrappati ad una piccola terraferma, ed erano intervenuti in
suo aiuto.
Nel frattempo Truzar, il
normanno, si trovava in difficoltà. Il suo corpo continuava ad agitarsi con le
due frecce conficcate nella carne, ed aveva subito altre ferite, inflittegli
dalle spade dei suoi nemici. All’inizio era riuscito a parare i loro colpi e a
rispondere ai loro attacchi, conficcando molti dei loro corpi. Poi il suo
respiro diveniva sempre più affannoso, e la stanchezza sembrava sorprenderlo,
costringendolo ad abbassare la guardia, diventando un facile bersaglio. La
pelliccia era lacerata in alcuni punti, e piegato sulle
gambe, a causa della ferita al polpaccio, si trascinava vicino alla
barca, nel tentativo di ripararsi le spalle. I suoi muscoli possenti e la sua
statura di un metro e novanta, gli avevano concesso di resistere a lungo contro
i continui attacchi, uccidendo molti nemici, ma le guardie aumentavano di
numero, e se pure egli non avesse il tempo di contarli
e rendersi conto del loro numero effettivo, ruotava la sua spada e nelle sue
ultime energie seguitava a tenerli a bada. Poi un altro colpo lo ferì ad un
fianco, e un secondo ancora al braccio destro, ed un terzo alla spalla. Si
lasciò cadere sulla sabbia alzando gli occhi verso l’alto, e guardando sul
volto dei nemici l’ultimo sguardo famigliare. Perché
la vita gli giocava un così triste destino?
Continuava a sollevare la
sua spada mentre un gruppo di combattenti era pronto per finirlo. Chi avrebbe
badato alla sua famiglia? Poi, mentre sentiva la spada scivolargli dalle mani,
fu felice di scorgere tra i nemici un volto amico. Blatimur comparve alle
spalle dei nemici, e con la sua forza e la stessa rapidità, scaraventò lontano
i combattenti, mentre a suo fianco iniziarono a sbarcare gli uomini dalle
armature dorate, lenti nei movimenti, che corsero in loro aiuto, gettandosi
nella battaglia, e aggredendo gli abitanti dell’isola che, guidati dalla figura
dalla tunica lunga scura e i capelli biondi, si schierarono a difesa della loro
terra.
Dobbiamo andarcene da qui! disse Blatimur al suo compagno sorreggendolo per il
braccio.
Non possiamo abbandonare Hawack…, affermò il sofferente Truzar, mentre si faceva trascinare
verso il mare dal suo amico.
Non preoccuparti per lui, c’è la
farà…
Ma non…
Ti prometto che verremo a cercarlo. Ora
allontaniamoci.
Blatimur si fece aiutare
dalle figure con indosso le armature dorate a raggiungere la piattaforma
rocciosa, mentre Truzar stringeva i denti a contatto con l’acqua fredda e
salata del mare che bruciava sulle sue ferite. L’uomo incappucciato li aiutò a
salire sul suo meccanismo, esortando gli uomini alla manovra di ritiro sotto le
frecce scoccate dai loro nemici dall’isola.
Truzar fu invitato,
insieme al suo compagno, a calarsi in una spaccatura tra le rocce, mentre la
piattaforma velocemente prendeva il largo. Blatimur, prima di svanire dietro
quel passaggio, guardò con i suoi occhi rossi la riva sempre più lontana e
avvolta dagli scintilli delle armi.
Di Lord Hawack nessuna
traccia.
III
Truzar riusciva a reggersi
sulle sue gambe nonostante le sue ferite profonde. All’interno del cabinacolo,
che li conduceva dal piano superiore ad uno inferiore, quattro figure
dall’armatura dorata e impugnanti gli arpioni sembravano accerchiarlo, quasi spaventate
dalla sua mole. Non molto distante l’uomo incappucciato e incurvato nella sua
piccola statura era rivolto di spalle al normanno, mentre davanti a sé Blatimur
osservava insospettito i suoi nuovi compagni. Una volta
oltrepassato il passaggio dell’apertura, erano scesi tramite una scala a
chiocciola di metallo in una piccola anticamera, dove ad attenderli, si
trovavano due uomini tozzi che avevano sul viso delle maschere raffiguranti
degli animali. Quando videro la compagnia scendere,
non sembrarono per nulla sorpresi e mentre uno afferrava la torcia appesa al
muro per fare luce, l’altro fece forza su di una pietra, e con tutta la sua
possanza, la fece scivolare sulla parete. Un nuovo passaggio comparve davanti
ai loro occhi, un passaggio che gli avrebbe condotti all’ascensore, su cui
adesso stavano scendendo.
Il cigolio della
meccanica, azionata dagli uomini con le maschere, accompagnava la discesa dei
nuovi arrivati, e Blatimur non sembrava sorpreso dalla struttura alquanto
semplice dei macchinari, e neanche affascinato dal paesaggio nel quale stavano
addentrandosi. Le strutture che aveva costruito per torturare i suoi nemici erano incredibilmente infernali, e così i luoghi che
aveva visitato. Adesso era importante che avessero evitato quello scontro aperto
sulla spiaggia. Lui si sentiva troppo debole, e forse non ce
l’avrebbe fatta a fronteggiare quella battaglia. Rinunciare alla sua
malvagità gli sottraeva troppe forze e, l’unica cosa che potesse fare, era
pensare e basta.
Le pareti rocciose, che si
susseguivano durante il percorso, non sembravano umide, o ricoperte di muschio.
Lungo ogni parete era conficcato un gancio sul quale poggiavano le torce,
l’unica forma di luce in quell’ambiente. Forse per quel motivo le guardie
indossavano vestiti chiari e armature totalmente dorate, a tratti luminose, o
almeno così suggeriva la mente di Truzar, il normanno,
mentre li osservava. Non era del tutto rilassato, nonostante, un attimo prima, fosse riuscito a scampare alla morte.
Fermo, e rigido sulle gambe, stringeva forte la sua spada, abbandonando una
vecchia emozione, per ritrovarsi in una nuova situazione, dimenticandosi delle
sue ferite e delle stesse frecce che aveva strappato dal suo corpo.
L’ascensore era sceso
forse una decina di metri quando iniziò a rallentare.
L’uomo incappucciato bussò sulla parete davanti a sé, e qualche secondo dopo
una nuova roccia fu spostata da due individui identici a quelli dei piani
superiori. Un’altra anticamera si presentò davanti agli occhi del gruppo,
leggermente più larga e più luminosa. L’uomo incappucciato uscì per primo
dall’ascensore, e invitò i suoi ospiti a seguirlo.
Blatimur passò per secondo
seguito da due guardie e poi subito Truzar zoppicante, con
alle spalle il restante delle guardie. Un uomo con la maschera richiuse il passaggio, mentre l’altro compagno aprì, questa
volta, una porta che la compagnia oltrepassò seguendo il solito ordine di
cammino. Scesero alcuni gradini fatti di legno, e percorsero un corridoio
strettissimo sulle cui pareti erano presenti delle porte fatte di bronzo,
dietro le quali sembrava udirsi strane voci, quasi dei lamenti. Blatimur pensò
che si trattasse di prigioni, e che forse, gli avrebbero
condotti, lui e il suo amico, in una di quelle stanze, gli avrebbero costretti
a parlare, riempiti di domande, e gli avrebbero rinchiusi per il resto della
loro vita. Non era forse la prigione il simbolo della giustizia e il luogo in
cui avrebbe dovuto scontare le condanne per suoi
crimini? Non aveva forse intrapreso questo viaggio per porre fine ai suoi
misfatti? Sorrise del suo pensiero, riconoscendolo come un’alternativa
alla noia di quel percorso. D’altronde, come avrebbero potuto quattro mura ed
una porta di ferro intrappolare la malvagità che albergava nella sua anima?
Continuando nel cammino,
il soffitto diminuiva d’altezza, costringendo il normanno e lo stesso Blatimur
ad abbassare la testa e a procedere con molta attenzione. Le figure di quel
luogo invece erano molto più rapide grazie alla loro piccola statura e,
sicuramente, si sentivano anche più protette tra quelle vie anguste.
Nel chiarore celeste degli
occhi di Truzar, si rifletteva il rossore delle torce che si succedevano
continuamente lungo i corridoi e che proiettavano la sua figura sulle pareti
strette. Le ferite non lo impensierivano più, ed era principalmente curioso di
sapere dove li stessero conducendo. Non che fosse preoccupato, ma attraversare tutte quelle strettoie in
quello stato lo rendeva molto irrequieto, e curvato nelle spalle e leggermente
zoppicante, aveva difficoltà nel muoversi e nel tenere il passo della comitiva.
Durante il tragitto pensava al compagno che era rimasto sulla spiaggia, e se fosse riuscito a mettersi in salvo con l’intervento delle
stesse guardie che adesso erano alle sue spalle. Pensava anche alla sua barca
abbandonata in riva al mare, nella speranza che quando fossero usciti da questo
posto, l’avrebbe ritrovata ancora ferma e ancorata
nella sabbia bianchissima. Pensava alla moglie, a che cose stesse facendo in
quell’istante nella loro dimora e se stesse rivolgendo
qualche invocazione per lui. Tra i tanti pensieri si domandava perché avesse
accettato l’aiuto di quelle persone, e perché lo stesso Blatimur lo aveva
esortato a seguirlo. Il suo compagno non sembrava preoccupato, anzi era molto
sicuro di sé, d’altronde le doti come la lealtà e il coraggio, che il normanno
aveva ben apprezzato, lo rassicuravano, ma cosa sapeva riguardo il velo di mistero che lo avvolgeva? La stessa situazione
poi sembrava tranquilla, visto che le stesse figure dall’armatura dorata non si
erano mostrati ostili, ma erano intervenuti in loro aiuto e sicuramente li
stavano conducendo da un loro superiore che forse avrebbe potuto dargli delle
spiegazioni.
Durante tutto il percorso avevano fatto alcune svolte, due a destra e una sinistra,
che andavano sempre più stringendosi. Adesso si trovavano in mezzo ad un
incrocio. Sia sulla parte sinistra e sia sulla parte destra, si stendevano due corridoi più larghi e più luminosi, e senza
neanche una porta; davanti a loro invece, c’era una stradina leggermente più
piccola e in penombra. Il gruppo proseguì diritto, scese
altri gradini, questa volta però in metallo, e si trovò dinanzi ad un
portone totalmente in legno, attraverso le cui fessure usciva una forte luce.
L’uomo incappucciato poggiò la sua mano sulla porta, e questa lentamente iniziò
ad aprirsi, inondando di luminosità la zona in cui si erano fermati. Blatimur e
il normanno si coprirono gli occhi, e attraverso le
dita della loro mano, iniziarono a delineare i confini di una grossa piazza. Quando la vista cominciò ad abituarsi alla luce, i due amici
rimasero sorpresi dalla grandezza di quel posto e della stessa struttura. La
costruzione era basata su di una pianta sferica, tipo un anfiteatro, con al centro delle gradinate che conducevano ad un trono
che sembrava fosse fatto di cristallo. Attorno, lungo le pareti rocciose che
s’innalzavano verso l’alto, poggiavano centinaia di torce che illuminavano
quasi a giorno e, ai piedi delle stesse pareti, si trovavano delle insenature a
forma di archi che conducevano verso l’interno e verso
nuovi corridoi molto illuminati. Inoltre, sugli stessi muri, c’erano delle
spaccature che fungevano come dei balconi, sui quali erano affacciate delle
guardie.
Per la prima volta
Blatimur e Truzar si trovarono fianco a fianco, mentre le guardie, che li
avevano seguiti per tutto quel tempo, si erano allontanate
e si erano disposte lateralmente sull’entrata. L’uomo incappucciato invitò i
due amici a seguirlo, mentre si avvicinava ad una guardia dorata che si
differenziava dalle altre, e che lasciava intendere che fosse sicuramente un
superiore.
I passi di Blatimur erano
gli stessi del normanno, ed insieme si posizionarono
davanti al nuovo comandante, che li salutò con un cenno della testa.
Sono spiacente – disse il capitano con una
voce bassa – per la vostra disavventura.
Spero che il silenzio dei miei uomini non vi abbia offeso,
sono di poche parole, e mi auguro, inoltre, che accettiate la mia umile
ospitalità e che gradiate la mia presenza per questo breve soggiorno. Ma adesso, non voglio dilungarmi in inutili chiacchiere,
anche perché uno di voi ha bisogno di cure, perciò v’invito a seguire uno dei
miei uomini che vi condurrà nelle vostre stanze. Avremo tempo per discutere, e credo che voi abbiate bisogno in questo momento di calma e
riposo.
Sono grato per la sua ospitalità, rispose
Blatimur, e senza aggiungere parola si congedò pronto
per seguire la sentinella che l’avrebbe condotto in camera.
Truzar osservò il
capitano, la vita è
un bene prezioso che si dissolve sotto il cielo, e oggi ringrazio gli dei per
concedermi di camminare sotto quest’imponente costruzione. Spero che non sia solo questo, disse
mentre raggiungeva il suo compagno, ed insieme si allontanarono sotto lo
sguardo compiaciuto del comandante.
Blatimur, Truzar, il
normanno, e le guardie, si diressero verso una delle insenature a forma di arco, per accedere all’interno della costruzione,
percorrendo nuovi corridoi più larghi e più luminosi. Poi, una delle guardie,
giunte davanti ad una porta di legno massiccio, l’aprì e invitò Blatimur ad
entrare nella camera. Quest’ultimo, prima di accedervi,
si perse nel chiarore degli occhi del suo amico, confidandogli, con un semplice
sguardo, la sicurezza che presidiava il suo animo, e senza dir parola, vide il
normanno allontanarsi scortato dalle guardie, lasciandoli alle spalle il rumore
della sua porta che si chiudeva.