Titolo: LA LUCE RIFLESSA
Autore: ROBERTO BRAKUS

 

 

LIBRO PRIMO

 

 

 

Il sole volgeva dietro le nubi, in un timido tramonto.

Il mare rispecchiava la sua immagine, beandolo del suo potere, e riscaldando se stesso con i doni dei raggi di un giorno sollevato dalla sua quotidianità.

Le onde cantavano i loro movimenti, assaporando gli ultimi infiniti chiarori di una luce divina che sarebbe svanita nel manto della notte. Il colore argento grigio dipingeva l’immensità delle acque, che nella loro gelosia, custodivano l’incantesimo di un’isola.

La terra era avvolta dalla passione, incubata nei sentimenti, dove ogni desiderio di vita sarebbe stato esaudito solo nel vederla, baciata e stretta da braccia giganti fatte di sola acqua. Sotto il celeste cielo attendeva la magia di un vento che l’accarezzasse, comportandosi come le stesse onde che corteggiavano le sue incantate sponde. Un manto verde di silenzi e fogliame imperlava la sua bellezza, protetta dalla durezza delle rocce che delineavano la sua candida imponenza. È cosi che la osservavano gli dei dall’alto, coscienti che nessuno non l’avrebbe mai vista.

Eppure in quelle acque, e in quello stesso giorno, una nave fatta di passione ruppe quell’incantesimo, e la sua scia di salvezza si conficcò nella sabbia bianchissima, trafiggendo la scogliera dei desideri.

È fu così invece, che la osservarono tre comuni figure di mortali.

 

 

I

 

 

Truzar, il normanno, affondò le sue gambe nell’acqua gelida, aggiustandosi la pelliccia sulle spalle. Conficcò l’arma nel manto fluido, azzurro profondo, guardando verso l’alto e contemplando gli astri. Recitò qualche parola dettata dalla sua fede, radicata nelle tradizioni e nei canti del suo passato e, lentamente, stringendo la corda della barca, calpestò la sabbia col suo possente passo.

Blatimur, avvolto nella sua nobiltà cucita sul suo mantello scuro, respirò quell’aria tersa, intrecciata con un vento sincero che sfiorava il suo viso cadaverico. Con gli occhi rossi e i capelli nero corvino, camminava sulla spiaggia con le spalle ricurve, mentre nell’animo nascondeva le sue sensazioni di mortale, felice di essere approdato sull’unica terra riscaldata dalla passione.

Lord Hawak, invece, non era ancora sceso dalla barca, ma immobile nella sua armatura osservava lo svanire dell’orizzonte. La lucentezza della sua corazza si rifletteva in uno specchio d’acqua, vasta, cullante i ricordi di una partenza ormai vissuta, che ora, lasciava spazio ad un arrivo, caldo e freddo, com’era l’immagine di Lord Hawak in quell’istante.

Il silenzio aveva ammutolito i loro animi. Racchiusi nelle loro maschere di condottieri ascoltavano la passione delle onde scagliarsi nelle insenature, e osservavano la spiaggia svanire nell’avida trasparenza del mare e l’orizzonte calarsi nei panni della notte.

Ogni angolo della terra offriva meraviglie che gli stessi uomini ricercavano nella loro breve esistenza, ma lì, smarriti tra le sensazioni e inghiottiti dalla grandezza del mare, il pensiero di essere degli eletti si materializzava nei loro sguardi smarriti.

Truzar, il normanno, lasciò cadere la sua roba sulla sabbia. Le sue possenti spalle erano rivolte alla foresta ai piedi della montagna, la cui cima svaniva tra le nubi rossastre. La sua vista si perdeva tra le immagini divine nel manto celestiale, e nel cuore sperava che le loro ombre proteggessero la sua stessa vita. Il colore dei suoi occhi, celeste chiarissimo, s’infrangeva nella lucentezza delle acque, mentre si avvicinava alla barca e riavvolgeva le vele. Era l’imbarcazione più rapida che avesse mai costruito con il legno delle sue foreste. Avevano impiegato circa venti giorni di viaggio per raggiungere quel Paradiso. Erano partiti dalle Terre del Nord, nella piena stagione della caccia, attraversato il Mar Grande che bagnava i confini dell’Impero Nordico, e avevano vissuto sotto le stelle e pianto nei ricordi dei loro cuori.

Durante il lungo tragitto nessuno aveva svelato il perché della propria impresa. Il silenzio aveva condotto il timone, e nello splendore di un paesaggio si ricordavano di essere semplici uomini chiamati eroi. Al normanno non interessavano le intenzioni dei suoi compagni di viaggio. Per lui era importante raggiungere quel posto e, come sempre, portare a termine la sua missione. A casa, sua moglie attendeva il suo amore promessole in eterno. Forse tutto questo era quello che pensava all’inizio dell’impresa. Non era la fama o la gloria, che spettava ai sognatori, ma il gesto d’umiltà e la passione che lo avevano esortato a guidare quella spedizione.

Il misterioso Blatimur, avvolto nel suo mantello, aveva bussato alla sua porta e in ginocchio, piegato dalla sofferenza,  gli aveva rivolto queste parole: Possa tu, viaggiatore dei mari, accogliermi sulla tua barca, e condurmi su di un’isola, dove la mia anima possa trovare la pace.

Quanta fede in quelle parole e tristezza negli occhi dell’uomo dall’appellativo di duca di Blatrus, la terra Nera. Era il territorio avvolto dall’oscurità, dalla crudeltà, dalle tante battaglie e dalle mille leggende e forse, come Truzar intravide nello sguardo del misterioso Blatimur, anche la storia del suo amico era una brutta fiaba. Poi la stessa notte aveva letto i libri dei suoi avi, i loro canti, e tra le righe aveva quasi veduto l’isola che il duca gli aveva descritto nei suoi racconti. Ecco perché aveva costruito quella piccola imbarcazione, e adesso, mentre la tirava sulla spiaggia, era incantato dal profumo di quell’aria così viva che scuoteva i suoi capelli. Qualcuno in precedenza l’aveva sognata, l’aveva disegnata con la sua ambizione, l’aveva ricordata nelle sue gesta, ma di sicuro, neanche il più gran poeta dei tempi, avrebbe descritto quel posto con tutta la passione che l’anima gli avrebbe dettato.

È questo era quello che pensava, mentre i suoi muscoli possenti e la sua abilità di navigatore lo trattenevano accanto alla barca. Lontano dai compagni non si accorse che Lord Hawack, poggiato l’equipaggiamento sulla sabbia, aveva impugnato l’arco direzionandolo verso i cespugli, a circa trenta metri dalla sua posizione.

 

 

II

 

 

Sono un semplice messaggero, gridò una figura uscendo dal suo nascondiglio dietro al fogliame. Indossava un abito lungo, scuro, con dei bracciali dorati attorno ai polsi. Avanzava lentamente verso i nuovi arrivati, con il suo sguardo accigliato e un volto delineato dai suoi capelli biondi. Aveva le braccia attaccate lungo il corpo e, attorno ad esso, una cinghia che reggeva il fodero della sua spada. Sul petto il vestito riportava un disegno quasi raffigurante un’aquila dorata, forse lo stemma di un casato d’appartenenza. Il suo viso era pulito e sereno e, deciso, continuava la sua avanzata mentre Lord Hawack continuava a tenerlo sotto tiro.

Non credo di essere lo straniero che è sbarcato su quest’isola – riprese la stessa figura – ma siete approdati voi su questa terra ed io, come il più nobile degli abitanti, sono qui ad accogliervi…

Non credo, invece, che tu dica il vero! disse Blatimur comparendo alle sue spalle.

La figura rimase sconcertata e non si voltò, ma cercò di dimostrarsi fredda all’evidenza. Quale stregoneria avesse guidato quel corpo ad apparire dietro di sé non aveva certo spiegazioni, d’altronde non ci credeva più, ma ciò che lo colpì di più fu il suono della sua voce. Allora allargò le braccia, un docile segnale per i suoi compagni, e dietro i cespugli ci furono nuovi movimenti.

Questa è la mia terra, ed io la devo difendere, disse.

Poi fu una frazione di secondi, e Blatimur vide una freccia argento sfiorare il suo volto e scontrarsi con un’altra freccia mal lavorata, e quest’ultima, diretta alla sua schiena, spezzarsi in due e cadere al suolo. Lord Hawack aveva scagliato la sua saetta e salvato il suo amico, e con rapidità, con il piede destro, aveva sollevato il suo scudo, e armato di spada e lancia, protetto dalla sua armatura bronzea e dal suo elmo, lentamente avanzava verso gli avversari, che in massa erano usciti allo scoperto. Altri dardi erano stati scagliati rapidamente verso Truzar, il normanno, che, lontano dalla posizione dei suoi compagni, aveva visto prima una freccia conficcarsi nella barca, a pochi centimetri dal suo braccio, e subito dopo una pioggia di ferro scrosciare sul suo corpo. Il normanno aveva immediatamente raccolto la sua spada e si era rialzato a malapena. Sulla sua spalla, una freccia oscillava spinta dal vento, mentre le altre erano attaccate alla sua pelliccia ed una aveva colpito il suo polpaccio. Con lo sguardo lievemente sofferente diede un’occhiata veloce ai due compagni; Lord Hawack era circondato da una decina di uomini, ma non sembrava per nulla in difficoltà, e Blatimur, continuava a scansare con rapidità gli attacchi del suo avversario.

Pensò di estrarre le due frecce dal proprio corpo, riparandosi dietro la barca, ma non ebbe il tempo necessario. Nello stesso istante in cui aveva pensato di curarsi, tre uomini correvano nella sua direzione. Non sapeva chi fossero, o cosa mai potessero volere da loro, ma in ogni modo li avrebbe uccisi per difendere la sua stessa vita. Aveva preso parte a tantissime battaglie nonostante odiasse le stesse guerre, odiasse uccidere, ma sempre la sua mente gli aveva suggerito una causa per farlo, e stavolta cosa era più importante della propria vita?

Il tenebroso Blatimur evitava i colpi del suo nemico con facilità, quasi sdoppiandosi sotto quei continui attacchi inferti nell’incredulità del suo stesso avversario.

Non so quale stregoneria guida i fili del tuo corpo così rapidamente – disse ansimando la figura che aveva dato per prima battaglia – ma li taglierò uno ad uno, rispedendoti tra la tua natura, tra la tua gente, che si illude di sopraffarmi con tre semplici guerrieri, di conquistare la nostra isola e di impossessarsi del suo bene più profondo. Non verrà mai quel giorno in cui camminerete su questa terra… vi annienterò tutti… tutti…

Non so di che cosa tu stia parlando, affermò Blatimur divertendosi col suo combattente, pur rispettando le sue stesse ragioni e il suo coraggio.

La mia anima non è pulita, e il mio odio è tanto, e se la mia violenza è giunta fin qui, se pure il veleno del male è approdato su quest’isola, non c’è pace per il mio cuore. Le carneficine a cui ho preso parte, per anni, hanno divertito i miei occhi, ma oggi sono stanco di ricordare quelle immagini e vederle susseguirsi con agonia e lentezza nella mia mente…

Ammetti le tue nefandezze gridò il nemico alzando la spada – riconosci il tuo perfido sovrano, e ribellati al suo volere, poi io porterò pace alla tua stessa anima, detto questo si lanciò con il suo stesso corpo cercando di portare a segno il suo colpo.

Poteva mai un mortale uccidere un corpo privo della luce divina? Blatimur allargò il suo mantello scuro e avvolse il suo nemico, per poi lasciarlo sperso sulla sabbia bianchissima in preda al terrore. La figura non aveva mai toccato il dolore con la stessa mano, e mai pensava che potesse essere possibile farlo, ma di sicuro, l’anima del suo avversario era nelle tenebre. Come fosse riuscito a scaraventarlo per terra era l’ultimo dei suoi problemi, adesso combatteva con il suo nuovo stato di terrore che rabbrividiva il suo corpo, mentre terrorizzato osservava Blatimur raccolto nelle sue spalle.

Se non troverò pace, almeno avrò giustizia…, sospirò il misterioso Blatimur, mentre i suoi capelli nero corvino si composero e i suoi occhi divennero meno rossi e più chiari. Nello stesso istante, i guerriglieri si diressero contro la sua figura per soccorrere il loro condottiero, e Blatimur li vide avvicinarsi velocemente senza temere la loro cattiveria. Gli osservava negli occhi e invidiava le loro anime destinate al crepuscolo della morte e nate nella stessa luce che guidava i loro corpi. Poi accigliò il suo sguardo e odiò quelle figure avanzare contro di lui. Indossavano lunghe tuniche scure, con sopra una corazza di maglie, armate di spade ed elmetti; si erano poste tre alla sinistra di Blatimur e due alla sua destra, e osservavano il loro avversario fermo e avvolto nel suo mantello scuro. Allora, animate nel vigore e accecate dal potere della stessa battaglia, prima frenarono i loro passi, stupite dall’immobilità del loro rivale, e poi insieme, da entrambi le parti, si scagliarono all’attacco. Ma prima che le loro menti potessero filmare le loro armi che colpivano il corpo del nemico, le loro azioni furono spente sul nascere, e per gli uomini che cadevano sulla sabbia bianchissima, altri erano già pronti a sostituirli e ad impugnare le loro stesse spade.

Blatimur si voltò verso la riva, e in lontananza scorse i suoi salvatori che avevano colpito i suoi nemici con un tipo particolare di arpioni. Quelle figure erano schierate in ginocchio, su di una piattaforma rocciosa che si ergeva in mezzo all’acqua, e sotto la guida di una piccola figura incappucciata, colpivano con gli stessi arpioni dorati gli avversari che spadroneggiavano sulla spiaggia. Blatimur si trovava tra due fuochi, senza conoscerne il perché e senza conoscere gli stessi schieramenti che si fronteggiavano davanti ai suoi occhi. I primi, capeggiati dall’uomo biondo con la tunica nera e lunga, gli avevano aggrediti senza dar loro il tempo di spiegare chi fossero e perché si trovavano sull’isola; i secondi, erano sbucati dal nulla, forse da sotto le acque aggrappati ad una piccola terraferma, ed erano intervenuti in suo aiuto.

Nel frattempo Truzar, il normanno, si trovava in difficoltà. Il suo corpo continuava ad agitarsi con le due frecce conficcate nella carne, ed aveva subito altre ferite, inflittegli dalle spade dei suoi nemici. All’inizio era riuscito a parare i loro colpi e a rispondere ai loro attacchi, conficcando molti dei loro corpi. Poi il suo respiro diveniva sempre più affannoso, e la stanchezza sembrava sorprenderlo, costringendolo ad abbassare la guardia, diventando un facile bersaglio. La pelliccia era lacerata in alcuni punti, e piegato sulle gambe, a causa della ferita al polpaccio, si trascinava vicino alla barca, nel tentativo di ripararsi le spalle. I suoi muscoli possenti e la sua statura di un metro e novanta, gli avevano concesso di resistere a lungo contro i continui attacchi, uccidendo molti nemici, ma le guardie aumentavano di numero, e se pure egli non avesse il tempo di contarli e rendersi conto del loro numero effettivo, ruotava la sua spada e nelle sue ultime energie seguitava a tenerli a bada. Poi un altro colpo lo ferì ad un fianco, e un secondo ancora al braccio destro, ed un terzo alla spalla. Si lasciò cadere sulla sabbia alzando gli occhi verso l’alto, e guardando sul volto dei nemici l’ultimo sguardo famigliare. Perché la vita gli giocava un così triste destino?

Continuava a sollevare la sua spada mentre un gruppo di combattenti era pronto per finirlo. Chi avrebbe badato alla sua famiglia? Poi, mentre sentiva la spada scivolargli dalle mani, fu felice di scorgere tra i nemici un volto amico. Blatimur comparve alle spalle dei nemici, e con la sua forza e la stessa rapidità, scaraventò lontano i combattenti, mentre a suo fianco iniziarono a sbarcare gli uomini dalle armature dorate, lenti nei movimenti, che corsero in loro aiuto, gettandosi nella battaglia, e aggredendo gli abitanti dell’isola che, guidati dalla figura dalla tunica lunga scura e i capelli biondi, si schierarono a difesa della loro terra.

Dobbiamo andarcene da qui! disse Blatimur al suo compagno sorreggendolo per il braccio.

Non possiamo abbandonare Hawack…, affermò il sofferente Truzar, mentre si faceva trascinare verso il mare dal suo amico.

Non preoccuparti per lui, c’è la farà

Ma non…

Ti prometto che verremo a cercarlo. Ora allontaniamoci.

Blatimur si fece aiutare dalle figure con indosso le armature dorate a raggiungere la piattaforma rocciosa, mentre Truzar stringeva i denti a contatto con l’acqua fredda e salata del mare che bruciava sulle sue ferite. L’uomo incappucciato li aiutò a salire sul suo meccanismo, esortando gli uomini alla manovra di ritiro sotto le frecce scoccate dai loro nemici dall’isola.

Truzar fu invitato, insieme al suo compagno, a calarsi in una spaccatura tra le rocce, mentre la piattaforma velocemente prendeva il largo. Blatimur, prima di svanire dietro quel passaggio, guardò con i suoi occhi rossi la riva sempre più lontana e avvolta dagli scintilli delle armi.

Di Lord Hawack nessuna traccia.

 

 

III

 

 

Truzar riusciva a reggersi sulle sue gambe nonostante le sue ferite profonde. All’interno del cabinacolo, che li conduceva dal piano superiore ad uno inferiore, quattro figure dall’armatura dorata e impugnanti gli arpioni sembravano accerchiarlo, quasi spaventate dalla sua mole. Non molto distante l’uomo incappucciato e incurvato nella sua piccola statura era rivolto di spalle al normanno, mentre davanti a sé Blatimur osservava insospettito i suoi nuovi compagni. Una volta oltrepassato il passaggio dell’apertura, erano scesi tramite una scala a chiocciola di metallo in una piccola anticamera, dove ad attenderli, si trovavano due uomini tozzi che avevano sul viso delle maschere raffiguranti degli animali. Quando videro la compagnia scendere, non sembrarono per nulla sorpresi e mentre uno afferrava la torcia appesa al muro per fare luce, l’altro fece forza su di una pietra, e con tutta la sua possanza, la fece scivolare sulla parete. Un nuovo passaggio comparve davanti ai loro occhi, un passaggio che gli avrebbe condotti all’ascensore, su cui adesso stavano scendendo.

Il cigolio della meccanica, azionata dagli uomini con le maschere, accompagnava la discesa dei nuovi arrivati, e Blatimur non sembrava sorpreso dalla struttura alquanto semplice dei macchinari, e neanche affascinato dal paesaggio nel quale stavano addentrandosi. Le strutture che aveva costruito per torturare i suoi nemici erano incredibilmente infernali, e così i luoghi che aveva visitato. Adesso era importante che avessero evitato quello scontro aperto sulla spiaggia. Lui si sentiva troppo debole, e forse non ce l’avrebbe fatta a fronteggiare quella battaglia. Rinunciare alla sua malvagità gli sottraeva troppe forze e, l’unica cosa che potesse fare, era pensare e basta.

Le pareti rocciose, che si susseguivano durante il percorso, non sembravano umide, o ricoperte di muschio. Lungo ogni parete era conficcato un gancio sul quale poggiavano le torce, l’unica forma di luce in quell’ambiente. Forse per quel motivo le guardie indossavano vestiti chiari e armature totalmente dorate, a tratti luminose, o almeno così suggeriva la mente di Truzar, il normanno, mentre li osservava. Non era del tutto rilassato, nonostante, un attimo prima, fosse riuscito a scampare alla morte. Fermo, e rigido sulle gambe, stringeva forte la sua spada, abbandonando una vecchia emozione, per ritrovarsi in una nuova situazione, dimenticandosi delle sue ferite e delle stesse frecce che aveva strappato dal suo corpo.

L’ascensore era sceso forse una decina di metri quando iniziò a rallentare. L’uomo incappucciato bussò sulla parete davanti a sé, e qualche secondo dopo una nuova roccia fu spostata da due individui identici a quelli dei piani superiori. Un’altra anticamera si presentò davanti agli occhi del gruppo, leggermente più larga e più luminosa. L’uomo incappucciato uscì per primo dall’ascensore, e invitò i suoi ospiti a seguirlo.

Blatimur passò per secondo seguito da due guardie e poi subito Truzar zoppicante, con alle spalle il restante delle guardie. Un uomo con la maschera richiuse il passaggio, mentre l’altro compagno aprì, questa volta, una porta che la compagnia oltrepassò seguendo il solito ordine di cammino. Scesero alcuni gradini fatti di legno, e percorsero un corridoio strettissimo sulle cui pareti erano presenti delle porte fatte di bronzo, dietro le quali sembrava udirsi strane voci, quasi dei lamenti. Blatimur pensò che si trattasse di prigioni, e che forse, gli avrebbero condotti, lui e il suo amico, in una di quelle stanze, gli avrebbero costretti a parlare, riempiti di domande, e gli avrebbero rinchiusi per il resto della loro vita. Non era forse la prigione il simbolo della giustizia e il luogo in cui avrebbe dovuto scontare le condanne per suoi crimini? Non aveva forse intrapreso questo viaggio per porre fine ai suoi misfatti? Sorrise del suo pensiero, riconoscendolo come un’alternativa alla noia di quel percorso. D’altronde, come avrebbero potuto quattro mura ed una porta di ferro intrappolare la malvagità che albergava nella sua anima?

Continuando nel cammino, il soffitto diminuiva d’altezza, costringendo il normanno e lo stesso Blatimur ad abbassare la testa e a procedere con molta attenzione. Le figure di quel luogo invece erano molto più rapide grazie alla loro piccola statura e, sicuramente, si sentivano anche più protette tra quelle vie anguste.

Nel chiarore celeste degli occhi di Truzar, si rifletteva il rossore delle torce che si succedevano continuamente lungo i corridoi e che proiettavano la sua figura sulle pareti strette. Le ferite non lo impensierivano più, ed era principalmente curioso di sapere dove li stessero conducendo. Non che fosse preoccupato, ma attraversare tutte quelle strettoie in quello stato lo rendeva molto irrequieto, e curvato nelle spalle e leggermente zoppicante, aveva difficoltà nel muoversi e nel tenere il passo della comitiva. Durante il tragitto pensava al compagno che era rimasto sulla spiaggia, e se fosse riuscito a mettersi in salvo con l’intervento delle stesse guardie che adesso erano alle sue spalle. Pensava anche alla sua barca abbandonata in riva al mare, nella speranza che quando fossero usciti da questo posto, l’avrebbe ritrovata ancora ferma e ancorata nella sabbia bianchissima. Pensava alla moglie, a che cose stesse facendo in quell’istante nella loro dimora e se stesse rivolgendo qualche invocazione per lui. Tra i tanti pensieri si domandava perché avesse accettato l’aiuto di quelle persone, e perché lo stesso Blatimur lo aveva esortato a seguirlo. Il suo compagno non sembrava preoccupato, anzi era molto sicuro di sé, d’altronde le doti come la lealtà e il coraggio, che il normanno aveva ben apprezzato, lo rassicuravano, ma cosa sapeva riguardo il velo di mistero che lo avvolgeva? La stessa situazione poi sembrava tranquilla, visto che le stesse figure dall’armatura dorata non si erano mostrati ostili, ma erano intervenuti in loro aiuto e sicuramente li stavano conducendo da un loro superiore che forse avrebbe potuto dargli delle spiegazioni.

Durante tutto il percorso avevano fatto alcune svolte, due a destra e una sinistra, che andavano sempre più stringendosi. Adesso si trovavano in mezzo ad un incrocio. Sia sulla parte sinistra e sia sulla parte destra, si stendevano due corridoi più larghi e più luminosi, e senza neanche una porta; davanti a loro invece, c’era una stradina leggermente più piccola e in penombra. Il gruppo proseguì diritto, scese altri gradini, questa volta però in metallo, e si trovò dinanzi ad un portone totalmente in legno, attraverso le cui fessure usciva una forte luce. L’uomo incappucciato poggiò la sua mano sulla porta, e questa lentamente iniziò ad aprirsi, inondando di luminosità la zona in cui si erano fermati. Blatimur e il normanno si coprirono gli occhi, e attraverso le dita della loro mano, iniziarono a delineare i confini di una grossa piazza. Quando la vista cominciò ad abituarsi alla luce, i due amici rimasero sorpresi dalla grandezza di quel posto e della stessa struttura. La costruzione era basata su di una pianta sferica, tipo un anfiteatro, con al centro delle gradinate che conducevano ad un trono che sembrava fosse fatto di cristallo. Attorno, lungo le pareti rocciose che s’innalzavano verso l’alto, poggiavano centinaia di torce che illuminavano quasi a giorno e, ai piedi delle stesse pareti, si trovavano delle insenature a forma di archi che conducevano verso l’interno e verso nuovi corridoi molto illuminati. Inoltre, sugli stessi muri, c’erano delle spaccature che fungevano come dei balconi, sui quali erano affacciate delle guardie.

Per la prima volta Blatimur e Truzar si trovarono fianco a fianco, mentre le guardie, che li avevano seguiti per tutto quel tempo, si erano allontanate e si erano disposte lateralmente sull’entrata. L’uomo incappucciato invitò i due amici a seguirlo, mentre si avvicinava ad una guardia dorata che si differenziava dalle altre, e che lasciava intendere che fosse sicuramente un superiore.

I passi di Blatimur erano gli stessi del normanno, ed insieme si posizionarono davanti al nuovo comandante, che li salutò con un cenno della testa.

Sono spiacente – disse il capitano con una voce bassa – per la vostra disavventura. Spero che il silenzio dei miei uomini non vi abbia offeso, sono di poche parole, e mi auguro, inoltre, che accettiate la mia umile ospitalità e che gradiate la mia presenza per questo breve soggiorno. Ma adesso, non voglio dilungarmi in inutili chiacchiere, anche perché uno di voi ha bisogno di cure, perciò v’invito a seguire uno dei miei uomini che vi condurrà nelle vostre stanze. Avremo tempo per discutere, e credo che voi abbiate bisogno in questo momento di calma e riposo.

Sono grato per la sua ospitalità, rispose Blatimur, e senza aggiungere parola si congedò pronto per seguire la sentinella che l’avrebbe condotto in camera.

Truzar osservò il capitano, la vita è un bene prezioso che si dissolve sotto il cielo, e oggi ringrazio gli dei per concedermi di camminare sotto quest’imponente costruzione. Spero che non sia solo questo, disse mentre raggiungeva il suo compagno, ed insieme si allontanarono sotto lo sguardo compiaciuto del comandante.

Blatimur, Truzar, il normanno, e le guardie, si diressero verso una delle insenature a forma di arco, per accedere all’interno della costruzione, percorrendo nuovi corridoi più larghi e più luminosi. Poi, una delle guardie, giunte davanti ad una porta di legno massiccio, l’aprì e invitò Blatimur ad entrare nella camera. Quest’ultimo, prima di accedervi, si perse nel chiarore degli occhi del suo amico, confidandogli, con un semplice sguardo, la sicurezza che presidiava il suo animo, e senza dir parola, vide il normanno allontanarsi scortato dalle guardie, lasciandoli alle spalle il rumore della sua porta che si chiudeva.